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Le ali di una possibile disianza

Pubblicato da enzo cilento su 20 Agosto 2013, 14:26pm

Tags: #I PADRI

Chissà se in questa giornata dai contorni "medievali" che tanto mi sono congeniali - per tono e cuore - non contribuisca pure (ed io sono certo che sì), anche la ricorrenza di siffatto Padre e Dottore della Chiesa, Bernardo di Chiaravalle.

Perché l'uomo Bernardo, non il padre di Francesco d'Assisi, ma questo fragile signore di Fontaine, nei dintorni di Digione, nonostante la costituzione fisica che non fosse eccelsa, l'Europa la girò in lungo e in largo, operatore di pace e fondatore di Comunità, di "luoghi che dovrebbero essere di pace", monasteri: sotto la vecchia regola, "integrale", del buon Padre Benedetto e riportandosi all'antico modello, pur dopo i fasti di Cluny.

Tornare indietro significò rimboccarsi le maniche in quel XII secolo (Bernardo era nato nel 1090) in cui il monachesimo benedettino si era un po' seduto sugli allori, le ricchezze e le proprietà; e metter tenda a Clairvaux significò davvero doversi dar da fare di braccia e di schiena perché il posto era malsano e nascosto, da dissodare e da "deforestare"; perché là non c'era null'altro che zanzare e malefici vapori e che non pochi ebbero a ridire di uno che volesse insegnare agli antichi seguaci di Benedetto la regola antica, che evidentemente - nel frattempo - per costoro era diventata solo "la vecchia regola", quella che nessuno più viveva.

Si parlava quest'oggi, con mio padre e con amici, di Ordini religiosi e dei loro destini. Si faceva presente - dati alla mano - che non conoscono crisi solo quelli che sanno essere "radicali e forti" nelle loro scelte: qualcuno direbbe "integralisti e riformati".

Altri, più realisticamente direbbero che continua a dar frutto solo ciò che costituisce una scelta chiara di campo. E spesso mentre "i riformati" sembrano compierle; quelli che di una riforma avrebbero bisogno, rischiano di sembrare come il sepolcro su cui tutti passano senza riconoscerlo. Si sceglie sempre chi mostra una identità forte e se ne fa la propria bandiera.

Il fascino sta nella personalità di ogni cosa e persona; nell'identità e nella riconoscibilità.

Dico questo e ritorno ancora alla scelta di Citeaux e poi ancora di Clairvaux e non posso non andare col pensiero a due generi di riflessioni.

Se i Cistercensi nascessero oggi, mi dico, forse non farebbero i manovali e gli agricoltori (non eminentemente quello - intendo); ma forse farebbero altro e il loro "lavorare" sarebbe forse l'essere conciatori o artigiani a tutto tondo: sarebbero tessitori, chissà; farebbero vesti e tendaggi e scarpe senza dover ricorrere alla manodopera sottopagata delle periferie del mondo; e forse non farebbero neppure solo una cosa, ma sarebbero aperti a fare quel che il mondo ha dimenticato come si fa, preso com'è da un lavorare che è diventato sempre più impersonale e artificiale.

Dico "farebbero di tutto". scalpellini e muratori; agricoltori e sarti; ciabattini e fabbri: darebbero a qualsiasi attività - pure a quella dello scrivere e del far di conto e di pensiero - un'anima ed un'umanità, una manualità ed una creatività personale che il mondo ha dimenticato, oasi del ben fare col ben pensare, a misura d'uomo: dove non so, ma forse ovunque ci sia bisogno dell'uomo, di quello autentico: che non ha rinunciato a pensare al lavoro come ad una preghiera personale, voglio dire: non solo sudore della fronte e neppure solo ripetizione ossessiva del gesto, ma creatività all'opera, secondo il gran dono di Dio: l'irripetibilità.

Laddove il lavoro non è mai alienazione ma sempre e solo contributo personale a ciò che è la civiltà dell'uomo.

In secondo luogo - forte della mia frequentazione di Chiaravalle Milanese - un anno fa, per mesi, non ho potuto fare a meno, fin da stamani, di pregare, anche il vecchio Bernardo, di stargli a fianco, a tutti i suoi discepoli, anzi faccia a faccia, perché di lui si conservi con orgoglio la memoria, rinnovandola semmai...

Di Bernardo, che trascinò con sé nel monastero, nella sequela, lo zio Gaudry e i fratelli Guido e Nissardo, mente anche la sorella Ombelina sceglieva di suo "la dolce chiostra", lessi da ragazzo un "De diligendo Deo", trattato "dell'amor di Dio", così come sono frequenti, tra gli addetti ai lavori, gli stralci tratti dal suo Commento al Cantico dei Cantici; giacché la dimensione dell'amore e quello mariano, in specie, sono caratteristica nota del nostro, di cui pure recitiamo l'Ave Maris Stella e quell'invocazione "O Clemente, o pia, o dolce Vergine Maria" ch'è nota a tutti, pure alle vecchine...

Dante lo scelse per la preghiera a Lei, "Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio", che tanti conoscono (XXXIII Paradiso) in cui il poeta si misura con la poesia della Trinità e della contemplazione assoluta "A l'alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa, l'amor che move il sole e l'altre stelle"...

Anni fa, scrivendo di teatro, per un monologo che segna nella mia storia il segno primo esplicito, di questo ritorno "a ficcar lo viso per la luce etterna, tanto che la veduta vi consunsi!"; e il cui titolo fu il povero "Nomen Omen", operetta per la quale scelsi nella locandina il simbolo della croce longobarda, quella meglio nota, come "la croce di Agilulfo"; vi misi, tra le righe - e neppure ne seppi la ragione, dapprima (ora invece mi è chiara) - quel "Donna, sei tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar sanz'ali".

Dimenticando, sul momento che "La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre".

Proprio perché "In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s'aduna, quantunque in creatura è di bontate".

Anche per questo m'è caro, il buon Bernardo, gracile e innamorato e gli devo una preghiera, ogni tanto.

Leggendo il testo commentato dal critico Giuseppe Giacalone, in fondo al canto XXXIII, ritrovo questo post scriptum che mai avevo letto. "Ringrazio Dio di avermi dato tanta forza di volontà, tanta costanza in un sì duro lavoro, che mi ha impegnato per tanti lunghi anni, dando luce alla mia vita e alla mia anima".

Lavoro che non finisce mai, specie nel gusto - aggiungerei.

Appunto, professore! Nè c'è altro che si possa aggiungere!

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