Se la fede non fosse un'avventura, sinceramente non saprei come viverla.
E forse già mi sarei rivolto altrove; benché neppure riesca a pensare che esista un altrove che non sia un rivolgersi con fede - magari altalenante - ad un Dio che, se proprio non ci conduce, non manca per questo di farci compagnia.
Già nelle sole parole e nelle esclamazioni: "Dio mio" - diciamo... A cui spesso non possiamo fare meno di aggiungere "perché mi hai abbandonato?".
Salvo scoprire che non ci abbandona mai: come il pensiero dominante. "Ci sei. E se è vero che ci sei, dove sei ora? E perché, se non ci fossi, non faccio altro che pensare come se tu ci fossi e non posso vivere che pensandoti?": questo Dio che è pertanto il meno sradicabile dei pensieri. Contro cui la cultura e la ricerca, filosofie e scienze, ideologie, tutte si scagliano, volendosi sostituire a Lui, e senza mai riuscirvi: perché il pensiero di Dio è il pensiero più umano che possa esistere.
L'uomo è fatto per Dio.
Ed è questa, dopotutto, - mi dico - la grande avventura "naturale" del credere, o "uomo forte e valoroso", come l'angelo del Signore saluta Gedeone sotto il terebinto di Ofra. E ci sta che uno non si senta le forze sufficienti per l'impresa, "gli uomini che fecero l'impresa" appunto, come intitola Ermanno Olmi: "siamo i più poveri di Manasse".
"Non temere, non morirai" - gli fu risposto.
Non so vivere la fede che come l'avventura più spericolata, per così dire, della mia vita. E la santità del resto è la più spericolata ed "incosciente" delle scelte che si possano compiere, un lanciarsi apparentemente senza rete, anche se quella rete, in fin dei conti, per quanto invisibile, sta tutta nella Grazia che ti è toccata in sorte, solo pensando di intraprenderla quella via spericolata.
Decidere di fare il santo viaggio - come dice il Salmo - è un desiderio disceso dal cielo fin nel cuore, così come il desiderio di sollevarci fino ad esso, allenandoci a questo: senza dimenticare che il solo pensiero di ciò è già dono, appunto.
E allora, da avari e ricchi che si era, si diventa ricchi e generosi, apparentemente prodighi, persino "poco economi ed avveduti", perché per amore si sacrifica persino l'unico falcone che si possiede per vivere, come un qualsiasi Federico degli Alberighi di Boccaccio; senza per questo dover diventare, come lui, "un buon economo", mercante borghese e sparagnino; perché l'amore è "cortese" e "cavalleresco", più che comunale e figlio d'arti e di mestieri.
E' un'avventura generosa, intendo, come lo è il lanciarsi a corpo morto; anzi vivo più che mai, e nudo e puro, come in Francesco e come in chi scegliesse la cruna dell'ago per passare, salvo scoprire che questa è larga assai e che il giogo e il peso sono lievi e soavi e che più ti alleggerisci e ti sgravi, più sei libero, te stesso, e generoso, pronto a darti, a presentarti per quel che sei, esattamente quello, null'altro, sovrastrutture e orpelli: e quella è la tua forza.
Che più ti liberi e più lo vedi quel Dio, mirabile avventura, che invece si nasconde a chi si cela dietro cose e ruoli, miti ed idoli, orpelli, chincaglierie, anticaglie che risuonano come ferraglia e che non fanno udire il vento che passa tra le foglie - Dio che parla e che sussurra - e che te ne nasconde la vista, così come tu ti nascondi a lui.
Perché Adamo si coprì di quella miserabile foglia, non a caso, quando ebbe vergogna di essere quel che era e quando non volle più esser visto e scoperto per quel che era, mentre Dio lo cercava e non lo riconosceva, perché non era più che un figlio mascherato, alla bell'e meglio, certo, ma pur sempre mascherato.
L'avventura di essere se stessi: è questa l'avventura della fede.
Ed è lo slancio, la bellezza del gesto, del pensare in grande, delle scelte radicali e forti; del non nascondersi; partire lancia in resta e andar leggeri con l'unica certezza che interessi e che ci faccia ricchi: lasciando tutto, case e fratelli, sorelle e padri, madri figli e campi per il nome suo.
Che di quelli ne avranno cento in più da curare e da difendere, per cui pregare, lottare e combattere, senza aver dimenticato i primi, certo; ma perché quel cuore, così grande e libero, nudo e leggero, fa spazio a tutti, a tanti, a molti più di prima, "al cor gentil cui rempaira sempre amore..."