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Perle e tesori

Pubblicato da enzo cilento su 30 Luglio 2013, 14:33pm

Tags: #in vista

Domani, nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, la liturgia propone il testo di Matteo (13, 44-46) in cui il regno dei cieli è descritto e paragonato al "tesoro nascosto in un campo" ("un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo."). Così come c'è anche il mercante che va in cerca di perle preziose. "trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra".

Qual è dunque questo tesoro; quale questa perla più grande di tutte, tale da vendere ogni cosa e da acquistare solo questa?

Verrebbe voglia di rispondere che esso è quell'impareggiabilità che traspare in quell' "Io (lo) sono" che Gesù pronuncia più volte: "Se infatti non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati... Voi siete di quaggiù, io sono di lassù, voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo" come nel Vangelo di Giovanni, appunto: è Lui il tesoro!

Che è un po' - forzando il testo - come dire "in un'ottica diversa, morirete, persi dietro tesori minori, equivoci, quelli di questo mondo" appunto, cioè individuati e scelti secondo i criteri di valore mondani, caduchi, contingenti.

Joseph Ratzinger del resto, nel commentare nel suo "Gesù di Nazareth" questi ed altri passi analoghi, si esprime in questi termini. E' "l'io sono del Roveto ardente che ha nuovamente trovato il suo significato: questo Dio semplicemente è. Proprio presentandosi nella parola "Io sono" come colui che è, Egli si presenta nella sua unicità...è la manifestazione della sua unicità e singolarità indescrivibili.".

Potremmo dire quindi che il tesoro di cui sopra è l'unico tesoro, perché è l'unico che possa attribuire in pienezza a se stesso la qualità di essere e di essere quindi un tesoro inestimabile; allo stesso modo in cui l'unica pietra preziosa che possa fregiarsi di questa unicità è Lui.

Ma, come rileva Heinrich Zimmermann, quando Gesù afferma "Io sono", Egli non si colloca a fianco all'Io del Padre, bensì rimanda al Padre. E proprio così parla anche di se stesso. "Si tratta dell'inseparabilità precisamente tra Padre e Figlio. Essendo il Figlio, Gesù può pronunciare l'autopresentazione del Padre "Chi ha visto me, ha visto il Padre". E inversamente: perché le cose stanno veramente così, Egli, in quanto Figlio, può pronunciare la Parola rivelatrice del Padre".

Per estensione dunque, quel tesoro e quella perla sono il tesoro del Padre che si rivela nel Figlio e che rimanda al Padre, perché chi vede il Figlio ha visto il Padre, ha veduto lo stesso tesoro. Chi ha visto quel tesoro, lo ha visto nel Figlio, al punto da vedere il Padre stesso. Chi incontra Cristo - e Cristo si incontra dappertutto - ha già visto anche il Padre.

Si tratta della medesima immagine del Padre insomma, della sua Voce, della sua Incarnazione, del Roveto che continua ad ardere senza consumarsi, un tesoro che non viene attaccato dalla tignola e dalla ruggine: il Verbo, la Parola pronunciata dal Padre e riconoscibile in coloro che l'hanno ascoltata e l'hanno riconosciuta come la gemma preziosa dell'Essere.

Al punto che a noi stessi è dato di poter continuare ad essere estensione e immagine di questo ininterrotto discorso di Comunione del Padre - nel Figlio e grazie allo Spirito - noi dunque, una parola che non si è esaurita; che continua a spendersi, si dona, continua ad essere pronunciata, senza risparmio, anche attraverso di noi, allo stesso modo in cui la parola del Padre, il Verbo, Figlio e Verbo del Padre, accetta di spendersi fino alla Croce, alla consunzione, come estremo atto di amore, parola che non si spegne neppure lasciandosi inchiodare, quando tutto è davvero compiuto ed ogni parola è stata detta, completata, in attesa che ciascuno di noi, con la propria vita, continui a completare il discorso di Dio, ad essere "parole sue" regalate al mondo, perché si riconosca in possesso d'un tesoro e d'un roveto che mai si consuma.

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