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La casa dell'erica

Pubblicato da enzo cilento su 1 Settembre 2013, 08:36am

Tags: #in vista

Sul ballatoio, davanti alla porta, tiene solo un'erica lilla, recatagli in dono da una vacanza in montagna; e, a fianco ad essa, una madonnina di legno, stilizzata, opera di un artigiano qualsiasi, acquistata qualche anno prima, in qualche paese arroccato tra le cime, ai confini, dove se ne andava una volta per cercarsi: in grande silenzio.

La casa stessa è avvolta del resto in quel silenzio in cui solo è possibile cercarsi: non dico ritrovarsi!

C'è il silenzio delle pareti e della pietra, soprattutto, dell'ardesia. Lì sente ciò che invece non si udiva in alcun modo nella confusione di un altro mondo.

D'inverno l'erica è più ridente che mai, per la pioggia ed il vento, così come accade agli uomini il cui silenzio muto è quello del rumore che zittisce ogni forma di vita interiore. Quella essenzialità che ti fa ricco.

Perciò si amano le chiese spoglie, non quelle ridondanti; le preghiere silenziose, senza baldacchini, con poche nenie e con poche parole. Perché più parli e meno senti; meno preghi.

Là, sulle pareti nude invece, Dio e Cristo si fanno eloquenti; e la santità non è altro che roccia, nient'altro che nuda essenzialità e spoliazione; privarsi dell'autocompiacimento del pulpito; accoglienza della inadeguatezza del parlare.

Sogno sempre di vedere un prete col volto scavato di silice che sale sull'ambone spoglio e non dice neppure una parola; piuttosto che profluvi che convincano l'uditorio. Ci commuove e ci cambia questa profondità che fa paura, abisso e vortice che s'inabissa nelle viscere; piuttosto che eloqui e dimostrazioni che "sì, è proprio così".

Ed è di questo che abbiamo bisogno sempre: adesso e nell'ora della nostra morte; che è sempre del resto: solo chi muore di continuo al suo chiacchiericcio, alle sue referenze; solo costui si coglie: nel vero, più o meno; nell'essenza, senz'altro.

"Un giorno - si diceva costui - smetterò del tutto di parlare: le cose già parlano da sé; e, con esse, Dio. La mia interlocuzione è l'ascolto".

E te ne rendi conto, quando immerso nel creato, silenzioso o solo appena sussurrante, il tuo parlare ad alta voce rompe l'incanto; esisti tu, allora, ne trovi la conferma inutile; la tua voce appunto mentre l'altro, tutto l'altro tace.

Non parliamo che per sentirci, spesso; e per aver conferma di avere una voce capace di coprire le altre, di zittirle, di coprirle, di interromperle. Parliamo per sentire che abbiamo un suono: perché temiamo di non esser vivi se non sentiamo il rumore del nostro esistere; tanto che un esistere silenzioso è scambiato per una esistenza trasparente, insignificante.

Il fatto è invece che noi siamo fatti per la trasparenza: anzi dovrebbe essere ciò a cui dover puntare, infine. Non essere nient'altro che il vetro alla finestra attraverso cui passa la luce, quella che dà vita anche all'erica posta sul davanzale e davanti alla porta.

Che la grandezza dell'uomo sta in questa trasparenza: nel lasciarsi trapassare. E spesso questo è un chiodo ed una spina che ferisce, così come il non lasciarlo fare ci dà la sensazione di essere qualcuno e qualcosa, noi stessi, e di non soffrire, di opporre resistenza: è quasi solo orgoglio e frustrazione, benché l'Essere passi solo attraverso una superficie limpida; il vetro alla finestra, appunto.

Dio si fa presente - e l'essere, con Lui - ; dove c'è spazio per la luce e per il suono che la segue, come nel temporale, lampo e tuono.

E nessun suono ha senso dove non v'è luce.

Su quella strada silenziosa e fragile, c'è una fila di piccole case; di vecchie catapecchie e di gente che non pretende di dire nulla; di non scoprire nulla e di aver diritto a nulla.

C'è la sartina che senti cucire fino a sera; e l'artigiano; l'insegnante in pensione; la vecchia prostituta che sostenta la zia; lo zoppo e il cieco; il poveraccio; l'ammalato, l'anziano e il desolato. Che sembra sorridano, dietro i vetri, in quella via degli Umili che non si seggono ai primi banchi e anzi neppure si seggono, nella chiesa: restano dietro le colonne ad ascoltare; a farsi attraversare, se gli riesce, con quella stessa mezza piega di sorriso che hanno in viso la sera, quando pensano al giorno che è passato.

Voglio tornare a quella pietra e a quell'età. "Signore, fa' che io spenga il televisore e guardi al buio fuori alla finestra: dove in silenzio tramonta la luna e così sorge il sole, in un pigolio sommesso di uccelli e di cani randagi, nel grattare furtivo di volpi e faine, in attesa".

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D
Nel pregare tutti i santi giorni soli, in una chiesa, fra la gente, ospiti in uno spazio celeste ed immaginario dove ci illudiamo di parlare a quattr' occhi con Lui, tentiamo con qualche parola di farci vedere e sentire, ma in realtà - come dice Agostino - bastano due parole, due: Signore Ti Amo ! E se ogni preghiera si concentrasse in questa essenza, il silenzio potrebbe essere la musica di contorno per questa incisione da pronunciare guardandolo dritto negli occhi senza rumori inutili che cancellano i nostri messaggi o li coprono inutilmente
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