La mia generazione, quella dai quaranta in su, è stata allevata con una evidente allergia nei confronti della parola "patria".
Era ancora troppo vicina e l'eco della retorica fascista che della patria aveva fatto una bandiera sciovinista e nazionalista, xenofoba ed esclusivista; e quella degli anni della contestazione susseguente - diciamo anni 70/80 - con le opposte fazioni destra/sinistra, Fronte della gioventù e Collettivi Ho chi Minh, Autonomia Operaia e Brigate varie. Non se ne usciva: la patria era un'ideologia.
A ben vedere, il concetto di patria, sdoganato ufficialmente dalle nostre istituzioni lungo l'asse Pertini/Ciampi - nel giro di vent'anni dunque - si presta sempre a questa lettura e non c'è patria terrena (perfino qualcuna che punta ad essere ultraterrena, invero) che non tenda a costruire una sorta di hortus conclusus, una ristretta cerchia di compagni abilitati a fregiarsi del titolo, come i celebri "compagnucci della parrocchietta" di "sordiana" memoria.
Perfino la patria religiosa, intendo, rischia, sotto ogni latitudine, di trasformarsi in una sorta di enclave o di clan, di circolo esclusivo: nel migliore dei casi, un Rotary; nel peggiore, un Ku Klux Klan.
E, in definitiva, tutti siamo più o meno pronti a scommettere sul fatto che noi siamo i santi i salvati gli illuminati gli eletti; e gli altri i reietti i dannati quelli scacciati dal Signore.
Da questo punto di vista la mia generazione (anche questa definizione è un clan ad excludendum ed è una patria ideale e generazionale) non può che essere tendenzialmente figlia, di contro, di una cultura universalistica e cosmopolita; così come quelle successive sono in buona misura intaccate da uno strisciante morbo xenofobo e protezionistico (credo che dipenda anche dagli scenari economico finanziari degli ultimi anni).
E non posso nascondere del resto che a certa retorica patriottica (di qualsiasi patria si tratti) sono tendenzialmente allergico, purtroppo.
Mi piace pensare oltretutto che la patria, persino all'uomo Gesù Cristo, dovette sembrare un concetto quanto mai restrittivo e penalizzante, considerando che essere ritenuto uno di Nazareth, figlio di Giuseppe, e quindi esser messo nelle condizioni di non poter essere se stesso, se non nella misura in cui era già catalogato con sospetto come uno già ben noto all'anagrafe e all'aneddotica locale (magari pure alla cronaca), figlio di una ragazza madre, di un povero manovale che l'aveva accolta nonostante tutto e che in fin dei conti, non era un grande affare.
Che di lui si poteva facilmente sostenere che s'era fatto bello, a Cafarnao, dove nessuno lo conosceva; mentre a casa sua, guarda il caso, non gli riusciva neppure di cavare il classico ragno dal buco, che, nello specifico, significava che neppure riusciva a convincerli quei suoi compatrioti e vicini di casa che ben ricordavano lui chi fosse: il figlio del falegname.
Nessun profeta in patria - insomma - come oggi ci ricorda Luca, l'evangelista.
Perché, nell'umiltà che ti è richiesta, non ti sei sottoposto al pubblico processo; non hai dato prova di essere credibile; non hai superato la prova del fuoco e l'ordalia che il clan propone per i suoi figli "migliori".
Il fatto è che, senza la fiducia necessaria, senza quel credito che non parta dalla diffidenza e dal pregiudizio - come sembra confermarci nostro Signore - i miracoli non riescono; perché, se anche riuscissero, nessuno li riterrebbe tali.
Tanto che si stancò e passò oltre...
Mica offeso! Per niente.
Solo convinto che la patria degli uomini è solo un concetto malmostoso, fatto di diffidenza verso chiunque non si conformi alla identità che tu hai scelto per il popolo che ritieni tuo. Devi prenderne la tessera e il documento all'anagrafe; registrarti come "figlio di falegname o di NN", come si diceva una volta.
"Ecco, ora che sappiamo chi sei, che sei dei nostri, comincia a farli questi benedetti miracoli!". E non gliene riusciva neppure uno, infatti...