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Il talento dell'intelligenza

Pubblicato da enzo cilento su 31 Agosto 2013, 08:03am

Un talento è una monetina da poco ma, come si dice, "a caval donato...".

Ed in fin dei conti è tutto ciò che abbiamo: un talento, cinque talenti, dieci talenti. Non c'è che da rendere grazie a chi ha voluto farcene dono.

Molto dobbiamo al Padreterno; parte ai cromosomi familiari; ancor più all'educazione che ci è stata impartita, agli stimoli culturali e affettivi che ci ha fornito il nostro ambiente; parte ancora lo dobbiamo agli incontri fatti, all'ambiente che ci siamo creati e in cui abbiamo scelto di vivere (anche quando la scelta non è stata così deliberata e non è stata del tutto priva di quel carattere provvidenziale che a noi credenti sta a cuore, in teoria); buona parte infine lo dobbiamo alla nostra volontà, alla nostra decisione.

Il nostro mondo, dopotutto, e anche la nostra felicità, la nostra salvezza, ce li costruiamo in buona parte grazie a quella capacità di discernimento, quell'intelligenza che lo stesso Dio e tutte le nostre esperienze ci hanno fornito.

Errare è umano, rifarlo è molto meno diabolico di quel che si possa credere: è solo iterazione delle stesse dinamiche, è debolezza fragilità ottimismo eccessivo nei confronti di se stessi e delle situazioni che inevitabilmente si ripresentano e si riproducono nella vita di ciascuno di noi.

Voglio dire, in ultimo, che il più grande talento che ci sia stato dato è quello che si chiama fede nell'intelligenza che ci è stata fornita e che abbiamo maturato.

"Signore, fa' che io veda" è la preghiera del cieco e del semplice, di quello che va fuori strada. Cosicché il vero miracolo, ciò che va guardato con coraggio e con stupore, è che si veda finalmente ciò che non si era visto in passato, che si sia maturata una nuova capacità di lettura degli avvenimenti e che non si guarda ("non ti curar di lor ma guarda e passa") ciò che prima aveva ben altro peso.

Il talento è questo. E da questo talento deriva l'obbedienza ed il coraggio.

Giacché - senza meno - la prima forma di coraggio è quella di obbedire a questa intelligenza illuminata dalla fede in ciò che ci accade, fede in se stessi come destinatari del dono del discernimento e dell'esperienza, memori della promessa che ci è stata fatta; e non c'è alcuna obbedienza in chi non obbedisce all'investimento che il donatore, il nostro benefattore ci ha fatto, se - paralizzati dalla paura - non diamo seguito conseguente al coraggio della nostra intelligenza.

Cristo obbedì coraggiosamente a questa sua intuizione che era peraltro piena consapevolezza della sua missione, dal momento che nessuna intuizione poteva essere più intima di quella di Colui che era una cosa sola col Padre e partecipava del medesimo spirito.

Ora, dal momento che di questa intuizione è dato a noi di partecipare in quanto figli, noi stessi dotati di quella medesima intimità con lo Spirito che ci fa essere in comunione col Padre e il Figlio, in una vita di Grazia; il nostro medesimo coraggio si manifesta nella determinazione con cui mettiamo a frutto quel talento, intelligenza e discernimento, che Dio ci ha donato e che è un dono fatto ai figli, appunto, agli amici e non agli schiavi.

Chi ha paura è schiavo, in sostanza; e, temendo, quel talento non lo usa in alcun modo.

Chi ha il coraggio di usarlo, pur con la necessaria prudenza che è pur sempre espressione di quel discernimento di cui si diceva: il dono dell'intelligenza - quella intelligenza la fa fruttare, la investe, decide e decide per ciò che è bene, bello e lo rende felice.

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