Servi inutili dopotutto - come ricorda Luca stamani - ma in ogni caso vinti (perciò servi) dalla bellezza, dall'incanto di essere.
Non è detto che le nostre vite debbano produrre grandi imprese, rivoluzioni.
Non è detto che debbano fregiarsi di un ruolo "storico" nella economia della storia del mondo o della salvezza. Molto più spesso le nostre vite sono apparentemente "insignificanti", almeno secondo questa logica.
Non tutti scriveremo "Guerra e Pace" o "Delitto e Castigo": nessun altro riuscirà a scrivere la Divina Commedia o a girare "La dolce vita" o a dipingere i Caravaggio e i van Gogh.
Anzi, a tale riguardo verrebbe voglia di dire che chiunque vi abbia "riprovato", h solo riprodotto ed ha finito col rendere schiava, serva la propria vita di un modello cui asservire la propria creatività, a dispetto di una libertà che è invece, quella sì, autentica; e che riguarda ogni esistenza, nessuna paragonabile ad un'altra.
La nostra bellezza e il senso della nostra esistenza consistono nel non dover essere condizionati da nessun'ansia di prestazione, da nessuna necessità di imitare il già esistente. Guardare in questo modo ad altro significa perdere la coscienza di sé e della propria dignità, dopotutto...
Non consiste quindi tanto in un "voler essere come lui", detto di un artista, di uno sportivo e persino di un sant'uomo, il che infine è sempre una dipendenza da una sorta di idolatria; ma sempre e solo nel riconoscimento della propria autenticità, quella sì, preziosa e inimitabile, benché apparentemente inutile.
Solo così, miliardi di esistenze apparentemente trascorse senza lasciare segno, trovano il loro senso e il loro riscatto; vite segnate dalla routine magari, dalla lotta per la sopravvivenza; dalla malattia.
La grandezza di ogni vita non è contrassegnata dalla nostra idea di grandezza appunto, così come le vie del Signore, il suo criterio di amore nei confronti dell'esistente è altro rispetto al nostro.
Tutto ciò che è, è insomma espressione ed oggetto del suo amore. e tanto ne riscatta l'infinito valore.
Forse non aggiungiamo molto, col nostro operare, al senso per cui il mondo è: soprattutto se questo avviene come avviluppati da quest'ansia di dover essere: questa è la mia sensazione.
Ma noi siamo il mondo però, parte integrante e dignitosissima, amata, chiamata ad essere, quindi pensata e con un senso altro dai nostri pensieri; e questo è, fin da sempre, assolutamente buono, molto buono, proprio in quanto creato.
Nulla è vano - come mi ha ricordato ieri un mio amico in un veloce sms.
Il resto può diventare prometeismo e protagonismo, ansia di prestazione: spesso frustrazione.
E questo è senz'altro vano perché ci toglie il gusto di vivere, pur nella sua inutilità.