Ci sono alcune date, alcune ricorrenze, nella vita di ciascuno di noi, che restano come delle pietre miliari, certamente più di un compleanno qualsiasi, di un onomastico dei tanti, quando si fa la conta di chi ha chiamato e chi no.
Poi la vita va via (questa vita, almeno) e il centro della nostra memoria, i custodi, noi stessi, ci disperdiamo, perdendosi così quasi tutto ciò che per noi ha avuto un certo significato, più chiaro a noi stessi che agli altri: è ovvio. Quasi sempre incomunicabile.
Il giorno che mi sono laureato era un 31 di luglio. Potrei ancora dire com'ero seduto davanti alla Commissione e come sentissi il fiato sul collo di papà e di mamma. Non così il giorno in cui ho sostenuto l'esame da giornalista, che invece non ricordo con esattezza. E neppure ricordo più la data precisa della prima replica del mio primo spettacolo.
Non ricordo neppure la data in cui mi è stato comunicato che mi ero ammalato gravemente. So dire l'anno, forse il mese: ancora una volta un luglio... Mi rivedo in lacrime - questo sì - davanti all'ospedale romano in cui avevo fatto gli accertamenti di rito. Ricordo bene la prima telefonata che ho fatto; le prime persone a cui l'ho raccontato e che peraltro mi hanno un po' "abbandonato" di fronte ad una comprensibile iniziale depressione.
Saprei riferire con certezza infine la data in cui sono tornato a sentir Messa (era una notte di Natale di qualche anno fa); quando sono andato ad Assisi avvertendo quel desiderio improvviso di regalare quanto mi restava a quel Dio che atterra e suscita, che consola: era un 4 di settembre.
So di aver ritrovato la persona più importante della mia vita: era un giorno preciso di fine luglio (ancora): ricorreva la memoria di Santa Prassede, la donna cui è intitolata la chiesa dove mi fermavo a riflettere, di tanto in tanto, in quei primi giorni del ritorno.
Ricorderò infine per sempre un 7 di ottobre lunedì, quello di quest'anno, quando sono entrato in Seminario, per fare quello che sento mi viene offerto e chiesto.
Lo ricordo perché ricorreva la memoria della Beata Vergine Maria del Rosario.
C'è stato un tempo - quando ho ripreso confidenza con il Dio cristiano - in cui non facevo che trovare coroncine del Rosario, dappertutto: persino nei cassonetti dell'immondizia a Roma.
Me ne infilai uno di acciaio, al dito, ad Assisi, senza una ragione; e a quella pratica pietosa del Rosario sono rimasto legato per tutti questi anni. Mi fa compagnia.
Gli anacoreti orientali usavano pietruzze per contare il numero delle preghiere vocali. Per il conteggio dei Paternostri recitati dai fratelli laici nei conventi medievali, Beda il Venerabile aveva suggerito l'adozione di una collana di grani infilati a uno spago.
Poi, narra la leggenda, la Madonna stessa, apparendo a S. Domenico, gli indicò nella recita del Rosario un'arma efficace per debellare l'eresia albigese. Fu del resto un papa domenicano, S. Pio V, il primo a incoraggiare e a raccomandare la recita de Rosario, che in breve divenne la preghiera popolare per eccellenza, una specie di "breviario del popolo", da recitarsi la sera, in famiglia, poiché si prestava benissimo a dare un orientamento spirituale alla liturgia familiare.
Il mio secondo nome è al femminile: Maria.
Mia madre mi raccontava che me lo aveva imposto per la sua devozione alla Beata Vergine del Rosario.
Così vanno le cose, certe volte. E talora vien voglia di farne memoria...