E' difficile dire quali siano le qualità che occorrono per poter governare, anche se il primo pensiero che mi viene in mente è che nessuno che non sappia governar se stesso può pretendere di governare sugli altri.
Poniamo che tu ti facessi vincere dall'ira e dal rancore; le loro conseguenze inevitabilmente si rifletterebbero su coloro che ti fossero sottoposti; così, allo stesso modo, se assecondassi solo la simpatia umana o il suo contrario; se ti lasciassi vincere dal fascino personale di coloro che incontri, dalla loro avvenenza; dall'invidia...
Chi governa dovrebbe sapersi governare per poter governare bene e per essere d'aiuto agli altri.
Forse per questo siamo ancora alla ricerca del governante ideale: chissà!
Anche chi insegna; chi è destinato all'educazione ed alla formazione; persino un genitore; un capufficio ed un capitano d'industria; il capo reparto, dovrebbero possedere queste qualità, tali che, mancandone, non si sa come possano fare da guida coloro che rischiano di continuo di essere schiavi di se stessi e delle proprie passioni: si tratterebbe del classico cieco che guida un altro cieco.
Riflettevo su questo stamani perché, a commento della memoria liturgica di Gregorio Magno, papa, trovo le parole di Bossuet riferite al nostro, "il modello perfetto di come si governa la Chiesa"; o quelle di Harnack che gli attribuisce "la saggezza, la giustizia, la mitezza, la forza di iniziativa e la tolleranza".
Al di là della consueta agiografia di maniera, di certo il punto è stato toccato: se non ci sono queste (ed altre) qualità, governare diventa una iattura, una dittatura, una forma di tirannia. E di tiranni e di ducetti, a tutti i livelli (si fa quel che si può...) e in tutte le epoche sono piene e le fosse e le pagine di cronaca e di storia.
Stamani, nell'Ufficio delle Letture apposito, si riportava un passo dello stesso Gregorio, tratto dalle Omelie su Ezechiele, in cui il pontefice si rammarica del fatto che, preso ormai dagli impegni mondani e diplomatici, di rappresentanza, dalla necessità di ascoltare tutti, anche le vanità e le sciocchezze, e di decidere, abbia dovuto in certo modo abbandonare il suo ideale di vita fatto di contemplazione, di studio, di preghiera, di meditazione, dal quale solo può nascere quella saggezza profonda che non sia contaminata dalla nostra sapienza: quella querula e presuntuosa, abbagliata oltretutto dal piacere e dall'ebbrezza del potere.
Tanto da fare intendere che questo lavorio interiore non poteva mai cessare, a voler essere un buon uomo di Chiesa e di governo.
Come sempre, del sabato è Dio il signore: non sono il potere e le regole in sé il valore, ma lo è il rapportarlo a quella dimensione spirituale, a quella scala di valori il cui discernimento può essere valido solo in presenza di una profonda vita spirituale.
Persino per un laico e per un non credente - io direi peraltro (e lo dimostra il sempre più frequente ricorrere allo studio delle regole monastiche anche in sede di incontri di Confindustria e affini) - la decisione e il buon governo non può derivare che da una capacità di interiorizzare i valori e i principi che muovono il nostro impegno: che non può mai essere fine a se stesso, a sostegno della regola in sé, a detrimento di altri, o in barba a costoro. Si tratta della legge del bene comune insomma, che oltrepassa il puro impulso di un io ipertrofico ed autoreferenziale.
I buoni governanti - direi - hanno un'anima relazionale e la fanno funzionare, interpellandola.
I cattivi, non hanno che se stessi come misura di tutte le cose o al più leggine e regolamenti che applicano o disegnano secondo un impulso del tutto incontrollato.
Detto ciò, Gregorio non mancò per questo di decisionismo e di coraggio. Andò incontro ad Agilulfo per difendere Roma, salvo poi stringere rapporti di buon vicinato con questi; amministra la città con puntigliosa equità; ha cura degli acquedotti,; favorisce l'insediamento dei coloni, eliminando ogni residuo di servitù della gleba; promuove la missione inglese di s. Agostino di Canterbury; e intanto scriveva, leggeva, appariva in pubblico nonostante una salute malferma; promuoveva il canto liturgico "gregoriano", lasciando infine Omelie sul Vangelo; su Ezechiele; 850 lettere; Moralia in Job; Liber Regulae Pastoralis.
E scrivendo infine, buon ultima, quella celeberrima Vita di San Benedetto che ancora oggi viene pubblicata, di spalla, alla Regola del Santo, di cui peraltro Gregorio fu innamorato, al punto di trasformare i possedimenti della sua gente Anicia, sul Celio e in Sicilia, in altrettanti monasteri, dove pure poté soggiornare poco, prima perché inviato come nunzio a Costantinopoli e poi perché assunto al soglio pontificio, appunto.
Ora, l'amore per Benedetto, conferma quanto ci dicevamo prima: Gregorio considerava lo stile di vita monastico come un modello perfetto di governo.
In esso sono l'obbedienza e insieme la condivisione; l'umanità, l'amorevolezza, la premura per il fratello in vista del suo bene e di quello della comunità tutta; in esso la capacità di giudicare ma anche di perdonare; di sapere far fruttare le risorse umane ed economiche del monastero e dei suoi fondi. Si trattava in pratica di un perfetto modello di economia, nel senso più completo ed alto del termine, che garantiva la vita e la giustizia ai suoi componenti senza nessuna forma di vessazione e di tirannide (questo, almeno sulla carta...).
Benedetto, per Gregorio è la santità nella quotidianità: diventa stile di vita, tra preghiera e lavoro, dove gli uomini sono parti dello stesso corpo, che condividono la medesima dignità di esseri fatti per la giustizia e per la salvezza, per la solidarietà.
Forse è questo il modello esatto di governo.
Somiglia al modello di giustizia pensato da Dio stesso per ogni uomo: in esso, di umano c'è il cuore, non le vessazioni e i protagonismi, mai lo scudiscio immotivato del padrone.