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Il miglior libro sul padre

Pubblicato da enzo cilento su 29 Settembre 2013, 08:34am

Tags: #la storia

Ho partecipato ieri, in Vallo della Lucania, alla cerimonia di inaugurazione di una biblioteca dedicata peraltro "alla mia amica Edith", tanto per citarmi: ad Edith Stein.

Si tratta di una piccola impresa in tempi peraltro difficili, anche per i libri e per la cultura, in un Paese che dimentica di averne una e che di certo non ha quella della coesione e del servizio, neppure della legalità.

L'impresa più grande però, al di là del primo fondo costituito da cinquemila volumi in dotazione alla neonata fondazione, consiste a mio avviso in altro: nella peculiarità del suo ideatore, dell'anima di questa nuova scommessa.

Si tratta infatti di un ragazzo di 90 anni, ieri; a cui sono legato da profondo affetto e ammirazione oltretutto; uno di quelli che "conosce da sempre il mio nome", l'uomo a cui devo senz'altro il mio primo incontro con Cristo, Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia e Bovino, già vescovo anche in Vallo della Lucania, negli anni 80, e uomo di cultura e di apertura (le due cose viaggiano sempre in tandem) ragguardevoli, a cui la lucidità e la lungimiranza non son venute meno neppure sotto il peso degli anni che porta comunque con grande disinvoltura.

Progetta, analizza, propone, pensa al futuro, "fa i sogni degli anziani", come ha intitolato peraltro la sua ultima fatica editoriale pubblicata per Borla.

E questo, mentre la sua fede respira a pieni polmoni, guardando a quella unità che la Edith Stein rappresenta, il vulnus da cicatrizzare e da sanare tra ebraismo e cristianesimo, tra Chiese occidentali ed orientali (ora mons. Casale si sta preparando alla missione di Cracovia 2016, Gmg da preparare per bene, culturalmente, come sostiene lui). E in questo, la biblioteca costituisce solo un pretesto, uno strumento ed un luogo per incontrare e andare incontro a chi oggi è sempre più faticoso vedere: gli uomini e le donne, quelli che cercano e quelli che invece non cercano più nulla.

Casale ha accompagnato gli anni della mia primissima giovinezza (vent'anni e giù di lì): mi ha accolto, ascoltato ed ha letto le mie lettere quando uscivo dai fantasmi dell'adolescenza; si è lasciato scortare in giro per la diocesi su di una Citroen 2cv bicolore, neanche fosse un ragazzino a scorrazzare nel Cilento, e con lui ho vissuto momenti belli di vita ecclesiale: umanità ed autorevolezza, un padre insomma: anche se per un po' di anni le nostre vie si sono separate.

Ci siamo rivisti a Roma. Lo avevo intravisto anni prima invero, dalle parti di largo Argentina, con la sua borsa nera sottobraccio e neppure avevo avuto il coraggio di avvicinarlo: i tempi non erano maturi. Non avrei saputo cosa dirgli.

E' avvenuto poi tutto più tardi, con un biglietto mandato così, alla ventura, per sondarne la presenza a Roma, con una sua chiamata, con una familiarità e poi una paternità rinate poi tutte per incanto, come se il tempo non fosse mai passato. Sono andato a trovarlo e ci siamo trovati a parlare come vent'anni prima, come le grandi amicizie, gli amori veri, le paternità che non finiscono: lui, il padre; io il figlio scapestrato che fa ritorno a casa. E da allora sono trascorsi ancora alcuni anni durante i quali la nostra vecchia via è ridivenuta familiare. E' quel padre che mi ha detto di ricominciare a scrivere; di mantenere la mia tessera di giornalista; di non smettere mai di "pensare", perché la Chiesa ha bisogno di gente che rifletta e che pensi; che mi ha invitato alla prudenza e anche all'obbedienza; che mi ha fatto sentire il calore e l'affetto di uno che ti riaccoglie in casa e che sa anche che qualcuno troverà sconveniente che si sacrifichi il vitello grasso per te.

Non so se approverà che metta in piazza tutto ciò, questo ragazzo di 90 anni che si diverte a metter su biblioteche ed a pensare il futuro come se ne avesse nemmeno la metà. E' che quando lo vedo non posso fare a meno di pensare a come sia bello spendere la propria vita, regalarla a figli e familiari che hanno tanto bisogno di un padre per amico.

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