Se esiste qualcosa di cui il mondo è ancora pronto a stupirsi è dello stupore di qualcuno di fronte alla propria esistenza.
Voglio dire che diamo così per scontato il fatto di esistere e di essere coscienti, da non provare più nessuna sorpresa (e gratitudine) per il fatto di essere e di esistere, e soprattutto di farlo consapevolmente.
Mi è difficile - come a tutti, credo - immaginare la vita degli animali e quella di altri esseri che pure vivono e cercano di conservarla la vita (noi, non sempre) ma che non mostrano di averne coscienza: solo un vago istinto, immagino.
E mi sorprendo a pensare che in questa coscienza, probabilmente, partecipiamo alla natura stessa di Dio che più di ogni altro dovrà essere necessariamente (?) cosciente, consapevole, a conoscenza, di quello che è e che siamo; di quel che si verifica e delle sue trasformazioni, della sua evoluzione, di come tutto tenda ad un fine e ad una condizione forse: che potrebbe essere quindi quella della comunione con Lui, cioè della contemplazione di quel che è e delle sue ragioni (ecco perché il cuore non sarà più inquieto in Lui o perché nella sua volontà è la nostra pace): la contemplazione è insomma la forma più completa di conoscenza; benché a volte si pensi che tra contemplazione e comprensione esista come un velo che nasconde le ragioni, le leggi del meccanismo che si contempla nella sua perfezione.
I bambini ad esempio contemplano degli oggetti che sono perfetti ai loro occhi ma li smontano per capire (o per interromperne il funzionamento?); e gli adulti smontano i ragionamenti e i sentimenti, persino le poesie (pensate alla destrutturazione ed all'analisi del testo) per capirne le sedimentazioni, salvo disperderne l'incanto.
Forse, d'incanto, partecipando della contemplazione del vero, se ne comprende (o se ne partecipa) anche il meccanismo; e vederlo è già leggerlo.
Forse è questa la condizione del mistico che vede e comprende essendone compreso, mentre la difficoltà insorge non appena questa comunicazione debba diventare orale. Il che peraltro conferma che la parola, pur essendo un codice meraviglioso, è pur sempre un codice imperfetto (magari in espansione) e che infatti non a caso Dio parla col rischio di non essere compreso se non è principalmente contemplato, cioè vissuto, giacché nessuna contemplazione nel profondo non è fatta di comunione.
Noi contempliamo (e conosciamo) le persone che amiamo vivendo con loro, dividendone lo spazio e i sentimenti, con una sorta di contemplazione attiva; mentre una contemplazione dall'esterno, come a guardare dalla finestra accanto, al più è solo conoscenza della meccanicità di quell'esistenza (ne conosciamo orari, abitudini, manie) senza parteciparne. Tanto che credo, peraltro, che si rischi di ridurre Dio a questa conoscenza superficiale, meccanica ed esterna, se la si vive solo osservandola: anche solo leggendone o sentendone parlare.
L'uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutto l'universo delle cose, a motivo della sua intelligenza, con cui partecipa della mente di Dio....
La natura intelligente della persona umana può e deve raggiungere la perfezione. Questa mediante la sapienza attrae con dolcezza la mente a cercare e ad amare il vero e il bene; l'uomo che se ne nutre è condotto attraverso il visibile all'invisibile.
Così dunque la Lumen Gentium nell'illustrare "la dignità dell'intelligenza, verità e saggezza" e nel preparare lo scarto verso l'esaltazione del valore della vera libertà e delle risposte che attendono l'uomo di fronte alle grandi domande: bene e male, vita e morte: "l'uomo ha ragione di ritenersi... ed è così condotto attraverso il visibile all'invisibile".
Mi veniva in mente tutto ciò, in questi giorni, leggendo oltretutto del "Cortile dei Giornalisti" riunitosi a Roma nei giorni scorsi (Ravasi e De Bortoli; Napoletano e Mauro; Calabrese e Tarquinio), laddove è a questa dignità dell'uomo che rimanda il ruolo dell'uomo, oltre che dell'intellettuale.
La dignità che consiste primieramente nella libertà ("L'uomo perviene a tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine mediante la scelta libera del bene e se ne procura con la diligente iniziativa i beni convenienti. Questa ordinazione verso Dio, la libertà dell'uomo, realmente ferita dal peccato, non può renderla effettiva in pieno se non mediante l'aiuto della grazia divina").
Tanto che l'unica passione da cui nessun uomo deve liberarsi e men che mai un intellettuale, un giornalista, un politico, è la passione per l'uomo, cioè per la verità, la dignità cui ciascuno ha diritto; la sua sorte finale; il suo diritto a cercare risposta alle sue grandi domande: quelle che ineriscono il senso della sua esistenza ed il suo rapporto con il bene e il male, con l'Assoluto.
E' vero che oggi i regimi che si dichiarino ufficialmente atei si contano sulla punta delle dita, tanto da far sembrare "vecchia" ormai la discussione della Lumen Gentium in merito al rapporto con l'ateismo e forse persino i Cortili dei Gentili per parlare con i lontani e i non credenti, nonostante le lettere di risposta al direttore Scalfari che infatti non a caso è uomo di altri tempi (e altre ideologie); ma è pur vero che forse mai come ora la lontananza dal riconoscimento della legittimità di certe domande (bene e male, Dio e morte) è stata tanto fortemente diffusa, a partire dallo stesso Occidente, dove il regime dell'oblio e del non senso è imperante, infatti: a favore di uno agnosticismo sempre più dilagante, per cui davvero la dignità dell'uomo si riduce alla quantificazione dei beni e delle presunte libertà che ha a disposizione.
Mentre restano le domande possibili e lecite, persino più delle stesse risposte messe in automatico, la vera ricchezza e la vera affermazione della dignità dell'uomo e della sua somiglianza con Dio.