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Gli Inni di Ambrogio

Pubblicato da enzo cilento su 23 Maggio 2013, 17:27pm

Tags: #I PADRI

Tra le esperienze spirituali più alte che si possano fare, può esser annoverata non di rado quella di partecipare ad una preghiera raccolta, comunitaria e sommessa, ordinata o anche in tono retto, senza svolazzi personalistici e quindi non preclusa a nessuno; il che dicevo sovente accade condividendone l'esperienza presso una comunità orante, specie se monastica.

Questo avviene naturalmente intonando cantici inni e altri canti spirituali - come ricordano le Scritture - che comunque, nella loro sistemazione antifonaria, cioè introdotta con un verso di intonazione iniziale, è un lascito indiscusso del grande vescovo di Milano, Ambrogio (340-397). Il tutto poi condito dall'ordine armonico del canto alternato di strofe o emistichi e versi da parte dell'assemblea.

Ricordo che anche all'università peraltro c'era chi tra noi si vedeva un attimo prima delle lezioni per ritrovarsi in questa armonia...

Per i tempi di Ambrogio, questa innovazione messa in atto da quello che in origine fu soprattutto un grande amministratore e un padre spirituale severo per i giovani imperatori Graziano e Valentiniano II, nonché per il ribelle Teodosio II che non esitò a redarguire circa l'autonomia della Chiesa rispetto alle pretese del potere civile, dovette sembrare davvero un'apertura immensa non solo in termini di condivisione ma anche sul piano stilistico, al punto che Agostino, Alipio e gli amici raccolti a Cassiciaco in quegli anni, già prima della conversione ne rimasero incantati tanto da raccontarne la bellezza ineguagliabile nelle pagine delle Confessioni.

Più tardi, del resto, fu lo stesso biografo di Ambrogio, Paolino, amico del vescovo di Ippona a ricordarne la grandezza anche alla luce di queste profonde innovazioni di cui descrisse più dettagliatamente le modalità.

Mi è capitato - come a tanti - di sentire intonare ancora oggi presso le comunità monastiche soprattutto alcuni di questi piccoli gioielli liturgici (ricordo con piacere a tal proposito gli amici benedettini del Monastero di San Giacomo a Pontida), come quello intitolato "Al canto del gallo", o meglio ricordato come Aeterne Rerum Conditor.

Aeterne rerum conditor,

noctem diemque qui regis,

et temporum das tempera,

ut alleves fastidium

Creatore eterno di tutte le cose,
che reggi la notte e il giorno
fissi una misura ai tempi
per alleviare il fastidio

Luce notturna ai viandanti,
che separa la notte dalla notte,
il messaggero del giorno già canta
ed evoca il raggio del sole.

Praeco diei iam sonat,

noctis profunde pervigil,

nocturna lux viantibus,

a nocte noctem segregans

Su tutti i breviari è possibile comunque rinvenirne una copia e talora una traduzione che però quasi mai riesce a rendere la bellezza dell'innologia latina (ce n'è qualche buona versione anche su youtube).

E' il canto del risveglio in ogni modo ed è pieno di gratitudine per la notte trascorsa nella grazia, senza esser vinti dal peccato, sotto lo sguardo vigile e benevolo del Padre; inoltre un invito beneaugurante e fiducioso a riprendere il cammino quotidiano alla luce di questa consapevolezza di non esser soli sulla via della vita.

Il navigante può riprendere il mare in un mare meno minaccioso ed ignoto, la Chiesa stessa prosegue il suo percorso di purificazione e di accoglienza; le nostre prime parole una volta liberati dal sonno, sono un voto ed una promessa rivolta a Lui.

Alziamoci dunque con coraggio:
il Gallo sveglia i giacenti
e rimprovera i sonnolenti,
il gallo accusa quanti rinnegano.

L'inno al canto del gallo dicevo dunque: che sia questo a risvegliarci domattina, confortati e fiduciosi verso la vita che ci viene incontro.

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