Giustino fa parte di quella stirpe ammirevole di uomini che, non sazi del proprio sapere, non si stancano di cercare un verità, una dimensione che sia soddisfacente per la propria anima.
Non è questo il tempo opportuno - lo so - perché questo è il tempo di chi non cerca più ormai, talora illudendosi di aver trovato: che è inutile cercare ciò che non si troverà e che la vita va vissuta senza troppe domande, "fatti non foste per viver come bruti".
Ma è inutile ragionarne ancora e metter su il solito pianto greco sull'imbarbarimento dei nostri giorni.
E dire che Giustino da queste filosofie morali e riduzionistiche c'era passato: pitagorico, aristotelico, neoplatonico, stoico.Questi ultimi soprattutto, con la loro severa morale laica, per dire, incapace però di riscattare l'uomo se non in una sorta di imperativo categorico, come anticipatori della morale borghese e di quella kantiana, vivendo come se un dio vi fosse, certo, ma sapendo di non potervi approdare: se non ad un grigio destino appunto, insondabile ed inesorabile, quello che Seneca riportava nell'incisivo "Fata volentes ducunt, nolentes trahunt": come dire che in ogni modo al destino non si sfugge.
E pur nelle sue contraddizioni, la cultura popolare di oggi, persino tanti cristiani, non sono imbevuti di questo fatalismo raggelante?
Al destino non si sfugge - sembra la fede popolare che va a cercare il già scritto nelle stelle e ovunque ritenga che il già scritto sia leggibile...
Era il tardo impero, quello di Seneca, che di Nerone fu la vittima dopo esserne stato il maestro, perché "Lo Stato sono io e anche il destino" dirà a suo modo il dispotico imperatore su cui pure oggi la storiografia sta cercando di fare giustizia, sostenendo che - date le condizioni, la madre, i consiglieri di corte, Tigellino e quant'altro - era scritto che andasse così.
Ma può un uomo accontentarsi di questa chiave di lettura che è distruttiva della dignità dell'uomo? Certo che no.
E Giustino non s'accontenta né della numerologia pitagorica né del moralismo stoico né della spiritualità dicotomica del neoplatonismo.
Ci voleva un uomo ed un Dio che somigliasse ad un uomo, che ne condividesse le sorti perché la sua ricerca fosse soddisfatta. Fu così che incontrò il cristianesimo. Ne rimase folgorato il filosofo e lo scienziato, il maestro di Antonino Pio e di Marco Aurelio. Siamo intorno al 150.
Così folgorato che, quando Crescenzio, filosofo cinico lo denunciò; e l'amico Rustico, amico e confidente di Marco Aurelio, filosofo stoico, in veste di magistrato lo invitò ad abiurare, Giustino proprio non vi riuscì "Io, uno di loro..." - disse, consegnandosi al martirio ed alla decapitazione, lasciando le sue Apologie, il suo Dialogo con Trifone e le tante pagine in cui descrive i riti liturgici dell'epoca, bagnati del sangue dei martiri, "io, uno di loro" - avrebbe potuto dire in eterno.
Non fu destino che si trascina dietro quelli che gli si oppongono; fu amor vero, quello per cui si è disposti a spendere fino all'ultimo respiro, la più grande delle sapienze e delle filosofie, anche per un dotto e per un filosofo alla ricerca di Dio.