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Dal Ghetto di Varsavia

Pubblicato da enzo cilento su 5 Giugno 2013, 14:16pm

Dio d'Israele, sono fuggito qui per poterti servire indisturbato, per obbedire ai tuoi comandamenti e santificare il tuo nome. Tu però fai di tutto perché io non creda in te. Ma se con queste prove pensi di riuscire ad allontanarmi dalla giusta via, ti avverto, Dio mio e Dio dei miei padri, che non ti servirà a nulla. Mi puoi offendere, mi puoi colpire, mi puoi togliere ciò che di più prezioso e caro posseggo al mondo, mi puoi torturare a morte, io crederò sempre in te. Sempre ti amerò, sempre, sfidando la tua stessa volontà.

E queste sono le mie ultime parole per te, mio Dio colmo d'ira: Non ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in te, perché non credessi più, io invece muoio così come sono vissuto, pervaso di un'incrollabile fede in te.

Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il suo volto al mondo e ne scuoterà le fondamenta con la sua voce onnipotente. Ascolta, Israele, Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Nella tua mano, Signore, affido il mio Spirito.

Così dunque scrive Zvi Kolitz, affidando queste parole a Yossl Rakover, ultimo ebreo sopravvissuto nel ghetto di Varsavia, che aspetta la morte dopo che sono stati uccisi tutti i suoi compagni fra i quali quelli della sua famiglia. E così potrebbe scrivere un Giobbe qualsiasi: perché, nonostante l'incomprensibile presenza del male, il suo apparente trionfo, a meno di Dio non si riesce a fare.

Io vivo - sembra dire - nella unica certezza che mi dà forza: di non parlare al vento: che un Dio mi stia ascoltando, perché anche se ti eliminassi dalla mia vita, un altro Dio metterei al posto tuo: il mio io, un idolo, la ricchezza, il potere, il sesso, la carriera, la morte.

A quel Dio che non risponde, a quello che sta sterminando tutta la mia specie, tutti quelli che pure credevano in lui e che erano per me punti di riferimento e di conforto, posso condonare tutto: persino la sua volontà di allontanarmi da sé.

Ma è più forte di me averne bisogno come della struttura portante della mia vita: perché è bello persino andare incontro alla morte - dice Rakover - nella ferma dignità, nella bellissima testimonianza di questa fede incrollabile nel senso di ogni cosa.

Non c'è pessimismo in queste parole - badate bene - esse sono un manifesto grandioso della sublimità morale cui è possibile accedere all'uomo.

Sono il testamento di una dignità altissima che nasce da una intelligenza universale: l'uomo senza Dio sarebbe disperato, mentre non c'è disperazione senza luce in un uomo che a Lui rivolge la propria speranza: fino alla fine e contro ogni logica, come una pazzia.

Se non ci fossi, se fossi lontano e assente, io sarei comunque felice, di aver sperato fino all'ultimo di vederti ancora.

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