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Come la neve

Pubblicato da enzo cilento su 5 Agosto 2013, 07:52am

Tags: #la storia

Decisero dunque di tirarla su quella costruzione: esattamente nel luogo in cui si sarebbe verificato quel prodigio semplice, eppure inatteso, che li avrebbe fatti restare senza parole.

Il caldo di quei giorni del resto sembrava non lasciare respiro, quasi come se l'aria del deserto si fosse trasferita in città, d'un tratto, in quel principio di agosto, su per la città imperiale, lungo l'Atrium Minervae, nel Foro Romano; persino sull'Aracoeli, sulla cima più alta del Campidoglio; e mentre al mattino si poteva scorgere come una nube opaca che si levava dal "tepidarium" delle Terme di Diocleziano fino alle fondamenta del tempio di Minerva Calcidica: "Ecce ara primogeniti Dei", come aveva predetto la Sibilla dalla cima del Campidoglio.

Ma quella sera erano andati a dormire tutti, patrizi e plebei - chi vi era riuscito - sperando che quel deserto in città finisse, prima o poi; mentre Liberio, papa, sognava nel frattempo un donna bellissima che gli avrebbe predetto: "in quel luogo, in Esquilino, troverai la neve domattina".

Fatto sta che si era nella notte tra il 5 ed il 6 di agosto di quell'anno, 352, e che la stessa Donna rivelasse nel contempo la stessa cosa ad un aristocratico romano.

La neve a Roma, il 6 di agosto, non s'era mai vista e non la si sarebbe vista più: come tante altre cose, magica visione di Eternità.

Non c'era da prestar fede alle proprie allucinazioni, così come quando il calore ci fa dormire sonni grevi e tutto un mondo di immagini grifagne, figuri e presenze sinistre lo popolano trovando posto tra le coltri travolte dal sudore e dallo sfinimento della ragione.

Sarebbe accaduto invece - raccontano i narratori di leggende e di miracoli popolari - e la gente avrebbe trovato, sull'Esquilino, come un manto di neve, miracolosamente spuntato nel cuore della notte; come se una bufera si fosse rovesciata all'improvviso, inopinatamente, sulla città prigioniera dell'afa.

Come un turbine s'era sentito nel cuore della notte, dalle case, e come un'istantanea folata d'aria fredda portata dalle montagne ad Est della Eterna Città, fin dagli Abruzzi e dai monti Sibillini; un'aria fredda e uno spruzzo di ghiaccioli e di cristalli di neve.

Sarebbe andata così, quasi un Natale improvviso, Signore inverno alle porte nel cuore dell'estate.

Parve a Liberio che scendesse la manna dal cielo, invero, come nei racconti del deserto attraversato dagli israeliti e quelli del Vecchio Testamento: "La manna che era come il seme di coriandolo e aveva l'aspetto della resina odorosa - racconta quest'oggi in liturgia il libro dei Numeri - Il popolo andava attorno a raccoglierla, poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta con l'olio. Quando di notte cadeva la rugiada sull'accampamento, cadeva anche la manna."

Tanto che si scese, sull'Esquilino, sul far dell'alba a cercarla, qualora ve ne fosse, di manna tra la neve: "ad nives, ad nives" - si dicevano l'un l'altro mentre correvano verso il luogo della nevicata miracolosa, perché avevano fame e non avevano nulla da mangiare. Tanto che non sapevano del resto che, non trovandone, era un altro il cibo che la Signora, comparsa nella notte a Liberio, avrebbe garantito per sempre, il Pane disceso dal cielo: altro che pesci e cetrioli e cocomeri e porri, cipolle e aglio dell'Egitto. Certo: sarebbe stato frumento, del figlio suo, del Cristo, insomma; che sotto la neve è pane, sempre e dono.

Fu "ad nives" infatti che avrebbero costruito S. Maria, la chiesa, Liberio e i patrizi visionari, Santa Maria ad Nives, poi Santa Maria Maggiore, la prima delle basiliche dedicate al culto della Vergine in Terra d'Occidente, una nevicata di Grazie sulla città - come dicono le storie della povera gente -; un evento in definitiva: come ogni nevicata nel cuore della Città, come quella del 1956, come cantava una canzone anni fa, dove "Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida.".

Me la ricordo Roma coperta dalla neve, l'85 e poi ancora nel 2012, a febbraio.

Fino a Santa Maria Maggiore.

Venivamo giù da Santa Maria Maggiore, verso i fori imperiali, scivolando sulla lama di un prodigio immacolato ed imprevisto.

"Che tempi quelli..." - cantava la voce roca della Mia Martini: "Com'è che c'era posto pure per le favole?

Roma: l'hai più vista così?"

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