Per molti anni sono stato attratto da quel "Vanitas Vanitatum" del Qoelet: forse il versetto più celebre dell''intero Antico Testamento, convinto che, solo dietro la scoperta della Vanità di ogni cosa, avrei trovato Dio, o forse solo una filosofia di vita: tutto qui.
E in effetti, che molto sia vanità e che tutto sia destinato ad essere secondario rispetto all'amore di Dio, come san Benedetto raccomandava ai suoi monaci fin dalla Regola, può essere un buon punto di partenza, o forse una compagnia costante della nostra esistenza, senza per questo impedirci di vivere.
Vive bene infatti solo chi coglie non la vanità del tutto e quindi colui che compie l'equazione "se tutto è vanità, nulla ha più valore", rammaricandosene e sentendosene frustrato; ma colui che coglie il giusto valore delle cose, chi riconosce alla fine una scala di valori realistica tra le cose stesse.
E le cose infatti, tutte buone secondo l'intenzione del Creatore, non sono inutili e vanità e basta: sono invece tutte - una volta comprese nella loro essenza e quindi usate nel giusto modo - un'occasione per comprendere il valore dell'esistenza, per darle un senso che non sia ingannevole.
C'è una ricchezza profonda che si nasconde infatti dietro la vanità: la Sapienza con cui ci poniamo in relazione rispetto alle cose, a noi stessi, al Creato ed al suo Creatore.
Così come non sarà l'ansia per tutto ciò che non ha valore in sé a riempire la nostra esistenza (sarebbe "idolatria" - come ricorda anche san Paolo stamani), quanto l'anelito e il desiderio perché, sgombrato il campo da quanto è accessorio e strumentale, si colga quale tesoro sta dentro ogni scrigno ed ogni campo, dietro ogni esistenza.
Ho creduto di amare molto Qoelet e questo "vanitas vanituatum et omnia vanitas"; così come ho creduto di trovare grande conforto a lungo in Giobbe e nei Sapienziali; salvo mettervi troppo del mio, coniugandovi quello spirito moderno, disincantato, quasi privo della luce della Grazia e della Speranza, che è frutto solo del nostro sentire contemporaneo, purtroppo.
Questo pessimismo non appartiene a Dio e neppure questo disincanto estremo, questo pianto senza lacrime.
Non piangiamo difatti perché tutto è vanità.
Ne siamo lieti piuttosto perché, liberati da ciò che è vecchio, ora appare il nuovo, anzi tutto è reso nuovo e tutto ha un senso; persino le vanità, averne scoperto l'inganno e, per certi versi, la funzione.
Aver capito che, se tutto è vanità, resta Dio e il suo dono, inesauribile. Che in fondo niente è vanità se ci porta alla Sapienza, alla pienezza della vita; che dietro i veli degli idoli è comunque un grande bisogno di Dio.