Occorrerebbe ben altra cultura teologica che non i nostri poveri rudimenti per parlare dei Padri tutti e del loro contributo offerto alla cristianità.
Ma la questione in merito a queste righe del resto non sta neppure nel voler aggiungere qualcosa a quanto non sia già noto e oltretutto di ben altro spessore.
E’ che a monte di tutto quanto segue vi è in fondo una solo piccola intuizione e neppure questa autonoma: quella di un Dio che rende sapienti, pur nascondendosi a quelli che si dicono certi di esserlo. E che si rivela a quelli che sono piccoli, rendendoli sapienti proprio facendogli toccar con mano, ogni giorno, la loro piccolezza.
Come potremmo del resto parlare della Trinità o della Natura del Nostro Salvatore se non a partire da questa consapevolezza che è solo lo Spirito che può metterci realmente - e mai completamente - in condizioni di farlo; e che, nel contempo, sperimentiamo tutta l’inadeguatezza dei nostri sistemi di fronte a tutto questo? Non presumo di sapere dunque e son cosciente di non sapere affatto se separato da chi solo può rendermi in grado di crederlo, a tratti.
Tranne poi smentirmi e rimpicciolirmi di continuo: con i dubbi su di me che aumentano la fede in un Altro e diminuiscono quindi la superbia di essere convinti del contrario.
Perché la conoscenza – e questo almeno è noto - cammina solo su quelle spalle, come quelle di un gigante; e solo nel solco di chi umilmente riconosce di non saper riconoscere affatto, quasi mai; e mai comunque da solo.
Nessuno si fa luce da sé – verrebbe voglia di dire - e non corpi luminosi ma illuminati dal Sole sono i nostri talora, semmai: quando non prevale la notte.
Parlo pertanto da questa coscienza, sincera e non retorica, somma tra le incoscienze nel presumere di poterne parlare, di un Padre e di un dottore, Cirillo, santo di Alessandria, vissuto tra il 370 e il 444, quindicesimo dei vescovi della metropoli d’Egitto, il quale tanta parte ebbe nel Concilio di Nicea e che, da grande polemista, si oppose in modo memorabile a Nestorio e ai suoi seguaci.
Lo fece, dopo i tentativi di riconciliarsi con i successori del Crisostomo, per spiegare in che modo - partendo dalla divinità di Cristo e dall'unità della Persona nel Verbo, che esiste dall'eternità e che si incarna alla fine dei tempi - dopo l'incarnazione la natura umana non sia assorbita dalla natura divina, ma sussista integra, senza mescolanza e confusione.
Il che infine, per Cirillo, è un mistero ineffabile.
Non tanto indicibile però in fin dei conti per il patriarca di Alessandria che, dopo non lievi polemiche con la sede costantinopolitana, riusciva nell’impresa di far prevalere la sua tesi, ben espressa peraltro, in una lettera scritta di suo pugno e poi approvata al concilio del 451 “«Affermiamo così che sono diverse le nature che si sono unite in vera unità, ma da ambedue è risultato un solo Cristo e Figlio, non perché a causa dell’unità sia stata eliminata la differenza delle nature, ma piuttosto perché divinità e umanità, riunite in unione indicibile e inenarrabile, hanno prodotto per noi il solo Signore e Cristo e Figlio».
Così, se per Nestorio e per gli echi della polemica cristologica in atto con la scuola antiochena e con Costantinopoli, si polemizzava sul titolo di Maria, Madre di Dio, “Theotokos”, riconoscendole al più il titolo di Madre di Cristo, Christotokos, quasi che non di una sola persona si parlasse a proposito del Cristo Gesù, ma di una distinzione fra un Logos pre-incarnazione e uno, per così dire “post- incarnazione”; con Cirillo, questa tradizione popolare che riconosceva a Maria il titolo di “Madre di Dio” veniva salvaguardata per sempre.
Tanto da valergli non solo, in vita, il titolo di dottore della Grazia e custode dell’esattezza, ma ancor più che, nella liturgia siriaca e maronita venisse da allora in poi ricordato come “una torre di verità e interprete del Verbo di Dio fatto carne”; al punto di essere alla fine riconosciuto come dottore di tutta la Chiesa, benché tardivamente, anche dalla Chiesa di Roma, grazie ad un decreto emesso da Leone XIII.
Dal Sermo in Laudem Deiparae riportiamo versi densi come un trattato, dolci come una sinfonia, un Bach in versi, più di mille anni prima:
Lode a te, o Maria Madre di Dio, venerabile tesoro di tutto il mondo, lampada inestinguibile, corona della verginità, scettro della vera dottrina, tempio indistruttibile, tu che contieni Colui che non può essere contenuto da uno spazio, madre e vergine, per la quale è chiamato benedetto nel santo vangelo, colui che viene nel nome del Signore. Tu sei madre e vergine: o cosa stupenda! Questo miracolo mi rapisce di meraviglia.