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La notte di Nerone

Pubblicato da enzo cilento su 2 Luglio 2013, 08:11am

E così venne anche un ultimo giorno per le città di Sodoma e Gomorra, per tutta quella valle che pullulava di macchine mangiasoldi e di locali in cui avvinazzarsi, luci, come a Las Vegas, ed altre come quelle dietro lo stadio di San Siro, accese dalle prostitute per farsi vedere dai clienti ebbri di nulla.

C'erano fasci di luce che arrivano fino in cielo, come se un laser dal tetto di una discoteca ne avesse squarciato le tenebre, sfidandone le stelle. E queste infatti non si vedevano più. Era un cielo sintetico, ormai quello, con fari al posto dell'Orsa e un manto azzurro viola, tinto dagli architetti dell'ultima Nouvelle Vague.

E non c'era più silenzio per riposare: solo grida e schiamazzi fin sotto i tetti; le finestre non erano sbarrate, mai; ed era sempre come un'estate senza fine, una vacanza che non conosce tramonto, Anni Ruggenti che stanno per finire nel conflitto mondiale, bombe e braci che cadono dal cielo: "ancora un'altra festa? Ancora giochi pirotecnici, stasera?".

Erano talmente ubriachi quella sera, Nerone e gli altri amici suoi, che vollero fare di uomini delle torce umane e li vollero mandare per le strade ad appiccar le fiamme nei quartieri di periferia, dove la gente viveva in povere baracche e si vendeva per dieci dollari a prestazione; dove si compravan reni a buon mercato e cornee; persino fegati e cuore di bambini. Erano talmente fuori di ogni grazia di Dio, quella sera in quella valle, che l'incendiò divampò sui sette colli e sembrò che venisse giù dal cielo come il castigo di Dio, benché fosse solo opera dell'uomo.

Sbalestrato, scentrato, disorientato, quell'uomo lì, bruciò ogni cosa, senza che nessuno avesse neppure la forza e la voglia di fuggire: l'ultima sensazione sarà la fine. Una risata ci ucciderà.

"Come sarà la fine arrosto, quella che stiamo per provare?".

"Signori, questa è l'ultima emozione che vi offre il Regime, quella finale, che non potrete dimenticare" - gridava ai quattro venti il banditore dinanzi all'Odeon di Las Vegas, di Sodoma e Gomorra. Spettacolo imperdibile, ultima emozione, ultima replica, ultimo brivido. Non c'è nient'altro da provare".

La sala infatti era attrezzata per la stereofonia e le immagini a scansione digitale, Dolby Surround, come diceva la scritta che campeggiava al di sopra del frontone di quel megateatro, Antifeatro, a forma di Colosseo, in cui era tutto un ungere e cospargere i corpi di cristiani ed ebrei, poveracci e diversi, zingari, storpi e ciechi e sordi da una parte; mentre dall'altra ringhiavano le belve.

Lot indugiava intanto e quel che doveva accadere - non si sapeva bene perché - sembrava tardare a compiersi del tutto, quella sera, ultima replica prima della ristrutturazione programmata del sito.

"Mio Dio, questa tecnologia!" - ci si lamentava per strada e negli androni, vicino alle Twin Towers e sotto le stelle di metallo della Nuova Città di York, patrona di ogni belva.

Furono gli angeli a fargli premura: "Prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui che qui sta per scoppiare l'Inferno" - gli dicevano questi, ali e vesti simili a quelle dei pompieri; mentre Lot indugiava prima di partire, come un Enea con sulle spalle il vecchio padre Anchise, perduta per sempre la dolce Creusa e tutta la sua casa, Beverly Hills e ville dei potenti.

"Non posso far nulla prima che tu sia arrivato a destinazione" - gli gridavano dalla regia. E infatti nulla era possibile prima che tutto fosse compiuto e che un fumo devastante, denso di morte si levasse dalle torri crollate; da quelle macerie che contenevano scartoffie e carni accartocciatesi come fogli di giornale. Occorre sempre che si giunga a destinazione, prima che ciò che non ha più senso finisca nel rogo. E spesso si indugia perché quel che sta per finire in fiamme vorrebbe essere ancora salvato: "Se avessi potuto; se avessi fatto così...".

Sono rimpianti inutili che lasciano immobili per sempre, come statue di sale, come quelle donne che scesero a prendere il trucco in casa, tornando indietro, mentre infuriava la devastazione. Nerone suonava la cetra e componeva versi che per fortuna nessuno avrebbe sentito mai, in quel crepitar d'ossa e di carne umana, in quei boati dei tubi del gas e negli stridori dei cavi elettrici che sprizzavano scintille. "Titanic", o giù di là, fu forse l'ultima parola in versi sulle labbra dell'imperatore.

Mentre di lontano, qualcuno, rimirando, non vedeva che fumo venir su dalla Valle di un Eden che era diventato un Inferno, un'enorme fornace. Avrebbe voluto buttarci dentro ogni cosa.

Non lo fece.

Capì che quanto gli era rimasto, era giusto quanto gli occorreva per vivere: e magari per ricominciare.

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