A volte mi capita che mi si chieda la mia opinione sul valore della preghiera.
E' una domanda, per la cui risposta relativa - lo ammetto - provo persino imbarazzo. Si rischia sempre di ripetere un mucchio di banalità.
Leggevo però in questi giorni lo studioso Ratzinger ed il ben noto Ermes Ronchi; mi capita nel contempo di ricordare ciò che i Padri hanno detto in merito: da Ambrogio, ad Agostino, ad Ireneo. Così che una parola si può dire, una almeno, alla vigilia di questa domenica in cui l'evangelista Luca riporta la richiesta dei discepoli di Gesù, "Maestro, insegnaci a pregare".
Che è poi l'unica richiesta che abbia senso, da parte nostra, benché il suo senso sia molto più lineare delle nostre complicazioni cerebrali.
Gesù, che si era ritirato a pregare prima che gli venisse posta la domanda di cui sopra, doveva costituire un grande spettacolo di preghiera, nell'atto di raccogliersi. E dico "raccogliersi", perché pregare è innanzitutto un farsi piccolo, un piegarsi, un atto di umiltà: il riconoscimento che siamo in relazione ad Altro, in una sorta di interdipendenza, come del resto insegna lo stesso mistero trinitario - azzardo.
Non il Padre e il Figlio e lo Spirito, l'uno separato dall'altro, ma l'uno nell'altro, come fa osservare Giovanni, tanto che, solo rimanendo in Lui, è possibile accedere al Padre, grazie al dono dello Spirito.
Io, con la preghiera - dico - riconosco di dover chiedere, ringraziare, dipendere, per così dire: riconosco la mia non totale autonomia ed eteronomia; vinco la mia tendenza alla ribellione, al non riconoscimento di esser parte di una storia in cui non sono il protagonista solitario ed assoluto, ma in cui sono sulla scena insieme ad altri, con cui, necessariamente e provvidenzialmente, - anche per la mia salute mentale - faccio bene a pormi in relazione.
Quando Gesù prega, si mette in relazione col Padre quindi, entra in totale comunione con Lui: è come se aprisse un canale privato di contatto, una lunghezza d'onda certa, con cui entrare in relazione al Padre.
Così che quello che Gesù ci insegna, insegnandoci a pregare, è ad aprire questo canale privilegiato per cui possiamo dirgli apertamente Padre, Abbà, tanto da poter fare affidamento e sulla sua comprensione e sulla sua volontà di essere compreso, in modo tale che a noi sia trasmesso quanto il Padre vuol farci conoscere, anche circa il nostro stesso cammino e la nostra familiarità.
Questo chiamarsi per nome è infatti il segno di questo rapporto familiare; allo stesso modo in cui costituisce il presupposto per poter chiedere quel cibo, il pane quotidiano e ciò di cui abbisogniamo, certi che ci verrà senz'altro dato ascolto (lo abbiamo chiamato per nome, lo conosciamo dunque e lui ci riconosce) e che ci sarà corrisposto.
Quel Dio che "riconosce il superbo da lontano" come dice il Salmo 137, sa bene che il primo atto di superbia e di estraneità è quello di non riconoscersi bisognosi di pregare, cioè di parlargli, di aprire quel canale di trasmissione, di ascoltarlo.
E' l'atto dell'orgoglio di chi si sente autosufficiente e chiude le porte a qualsiasi alterità, anche solo per riconoscerne l'esistenza e per cui invece, riconosciutala, incontratala, ha il desiderio di dirle ogni mattina "Buongiorno"; ogni sera di salutarla per il commiato e nell'augurio di un altro giorno assieme.
Insegnaci a pregare, non può essere che insegnaci a dire "Padre Nostro", tre volte al giorno come le prime comunità; tre volte chiamarlo al telefono e dirgli che talvolta ti sei anche sentito solo, ma che di Lui hai un'estrema nostalgia, hai voglia di sentirlo, conti sulla sua compagnia.
Che su quella contano tutti gli uomini, quelli che non hanno la superbia di mettersi a letto e voltarsi dall'altra parte, come se in quella stanza non ci fosse proprio nessuno.
Pregare infine - mi chiedi.
E' riaccenderlo di continuo quel contatto: so bene cosa significhi perderne le frequenze. E ne conosco le conseguenze.
Ti chiamo perché non so bene come decidere e fare, perché l'ultima cosa che mi hai suggerito non era proprio male.
Lo fanno i figli lontani finché son vivi i genitori: "Papà, e tu cosa ne pensi?"