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Angeli e Custodi

Pubblicato da enzo cilento su 2 Ottobre 2013, 16:05pm

Tags: #in vista

Bisogna trovarselo un angelo che annunci a noi stessi quel che siamo e la strada che dobbiamo percorrere per essere felici: anche se la via alla felicità non è immediata e neppure del tutto in discesa.

Un angelo annuncia a Maria una felicità indicibile che però annuncia, e quindi è detta, giacché un annuncio è fatto indubbiamente di parole e di fatti in certi versi riferibili; un angelo la mette in viaggio anche verso il paese della grande felicità, della maternità, della sofferenza, della sequela, dell'incomprensione e della derisione; fin sotto il Calvario.

Un angelo dunque.

Come gli angeli che appaiono durante le peregrinazioni del popolo di Israele, fin dalle origini, sotto una quercia; un angelo che forse ci scorge fin da quando sostiamo sotto un albero di fico; che conosce da sempre il nostro nome e lo annuncia, lo pronuncia, così come ci pronuncia colui in nome del quale parlano: un angelo è sempre un incontro illuminante, un tuono o un venticello; una brezza, una voce e un segnale, il dito di Dio che, come in Michelangelo (guarda il caso, dei nomi!), ci accarezza la mano, ci prende anzi per la mano destra e ci sfiora come nella cappella Sistina; un angelo custode, che custodisce un messaggio ed un segreto che ci è indirizzato: è per questa via la via che cerchi; quella che ti conduce al porto sospirato.

Di angeli (non di putti e di amorini di ceramica) è piena la vita di ciascuno di noi; angeli della casa; angeli sulla strada; persone di cui ci innamoriamo e innamorate di noi; talora creature nobili a cui stiamo a cuore, come tutti gli uomini di buona volontà; anzi, di più.

E se talora li "riduciamo" a immagini volatili di parenti ed amici che ci guardano da un altrove, una nonna, un maestro, un compagno di giochi, è perché il loro passaggio nella nostra vita è già stato appunto un annuncio; e perché quel segreto del nostro cuore lo hanno custodito come una promessa preziosa mai profanata.

A quegli angeli che non suonano la cetra e neppure la tromba del pregiudizio, a quelli al nostro fianco e al nostro capezzale; a quelli cui abbiamo dedicato il sorriso che somiglia a un fiat, accordando la nostra fiducia; a tutti costoro è dedicata questa giornata e la festa dell'Angelo custode, colui che mi è più intimo di me stesso - direbbe Agostino - perché l'Angelo è davvero la luce di Dio messa sulla mia strada buia: lui la riconosce; luce intima a me e vicina, capace di farmi sentire che non solo Lassù qualcuno mi ama.

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Angeli e ratti (2013) Al filosofo Onfray<br /> <br /> “E l’Angelo del Signore li sgominò”, così è scritto, ma dalla versione assira dello stesso evento si sa ben altro: che non fu alcun angelo biblico a farli ritirare dal campo, bensì una torma di ratti che gli rosicchiarono corde di tende e di archi. Angeli, e chi sono questi messaggeri, forse di carne e ossa così come gli indigeni di Los Angeles, dei pellerossa, e molto provvidenziali nell’aprirti qualche dura porta, come già pare che accadde negli Atti di apostoli? Culto mazdaico vede angeli, demoni nell’aria, dove in definitiva di spiriti invisibili ci sono solo virus e batteri, tutt’al più una pioggia di neutrini cosmici; le apocalissi furono cosa persiana, sedimentatasi pian piano nella mentalità ebraica, e di chi ci tace molte cose nei suoi libri sacri tradotti in greco dopo Alessandro Magno. Non sono colui che non sono: laico, credo in valori umani, mi piace Terzani, ma molti altri chi non sono! Credono in angeli custodi o carcerieri, li pregano nel mercificato feticismo di reliquari. Ci mancano, allora, solo le lampade di Dendera o quelle strane pile di Baghdad a Sodoma e l’arcano è dato… La città fu sì inghiottita da fornace ardente, ma dov’era ubicata c’era un lago di asfalto, non di solo sale, di asfalto, ci dice Giuseppe Flavio in Guerra giudaica: quindi, con infiammabile deposito di natron e zolfo di cui si servivano dei faraoni, bastò una scintilla incauta e tutto scoppiò, accartocciandosi come già pensava Leonardo da Vinci, senza scomodare tanti fulmini dal cielo o persino dei meteoriti. E da archivio di tavolette di Ninive si scopre che il biblico Ariok di Ellasar fu Rim-Sin, un re di Larsa coevo di Tid’al l’Ittita, e quindi di Abramo, che ebbe una schiava egizia in epoca hyksos. Poveri Cristi, le donne! Umiliate, offese, vile oggetto: la Bibbia non mi piace, per quanto accentui una moralità come tatuata sul cuore; il secco vuoto si ripropone in chi, tollerando la schiavitù come certi islamici, è pronto a scagliarti la prima pietra in nome di un’immacolata concezione delle cose e del peccato. E in tanti si son ubriacati di cattiverie persino dette da un Noè nudo, allorquando ti maledì Canaan, uno che manco era nato ai tempi dell’arca famosa. E non è si stanchi di lasciarsi trascinar nel pigia pigia del versetto su versetto, di annegare la coscienza di un limite in una sorta di tino d’iracondia, come quello a sbalzo nel calderone celtico di Gundestrup? La filantropia, come la solidarietà con i più deboli, è un dovere morale, non religioso, e la vera carità non è elargire il solito soldino, ma fare in modo che lo sfortunato abbia di che sostentarsi. Che ci si metta a riflettere come una capra tra cavoli, poi non si campa: bisognerebbe riscrivere verità. Ma realtà storiche non vanno romanzate da misogini, devono arricchirci di bellezza. Non me, nell’Era spaziale, si ricerchi per parlar dantescamente di cieli costellati da erculei arcangeli e sottostanti dragoni; d’inferni e di purgatori protratti in Terra da cosiddetti santi inquisitori ne son pieni libri e, francamente, ne ho piene le tasche.
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