"Eravamo un gruppo di amici che portavamo avanti la nostra riflessione, parlavamo insieme e, detestando le agitate pene della vita umana, avevamo già deciso di vivere in pace, lontani dalla massa, costruendoci la quiete in questo modo: avremmo portato quello di cui ciascuno poteva disporre e avremmo così creato un unico patrimonio a partire da quello di ognuno; così, in virtù di un'amicizia sincera, non vi sarebbero più stati beni appartenenti all'uno o all'altro, ma tutto sarebbe stato di tutti e di ciascuno."
Confessiones - Agostino
Così Agostino racconta la genesi della loro piccola comunità, in Italia, una decina di persone, che avrebbe vissuto "lontano dalla massa". Di questo piccolo gruppo avrebbe fatto parte tra gli altri Alipio, il suo amico del cuore, di fronte al quale Agostino confessa di sentirsi in tale comunione da poter seguire ad alta voce il filo dei suoi propri pensieri e delle sue riflessioni come se questi fosse stato davvero una parte di sé.
Agli inizi della loro esperienza, l'idea che li sosteneva del resto era solo quella di creare le condizioni ottimali per vivere il classico ideale latino dell'otium, studio e riflessione, approfondimento e conoscenza lucida, lontano dal mondo e dalle masse, alla ricerca di una sorta di atarassia, forse, di una sapienza distaccata e forse anche superba, piena di sé (è Agostino stesso a confessarlo).
Lo abbiamo vissuto tutti questo sogno, noi che sogniamo il bello scrivere e il sapere, fino a farne un dio sostituivo talvolta.
Ben diversamente sarebbero andate poi le cose, soprattutto dopo gli incontri con Ambrogio, vescovo di Milano e dopo che nel loro ritiro ebbe fatto irruzione un loro concittadino, Simpliciano, raccontando loro la storia mirabile del monaco Antonio (S.Antonio abate) le cui gesta e la cui vicenda finì per accendere l'animo di Alipio ed Agostino.
Eccoli gli incontri che cambiano l'esistenza, le strane ed incomprensibili coincidenze che d'un tratto scombussolano e scompaginano i piani dell'uomo, l'angelo che annuncia un'altra vita, proprio a te, per quanto nobili e saggi essi possano essere pure i tuoi progetti.
Ed ecco anche la grazia di non essere soli a prenderne coscienza; la bellezza di potersi confrontare, potersi guardare l'un l'altro per chiedersi "non è sembrato anche a te?" - come i discepoli sulla strada di Emmaus.
Perché - è vero - considerare da soli quanto ci accade lascia presto il posto all'incredulità e all'arbitrio, ma il confronto, quello con uno che abbia a cuore la tua esistenza, è davvero il luogo dell'esperienza e della sua verifica.
L'amico ti guarda e vede; può dirti quel che tu non vedi: "non ti ho mai visto così felice", ad esempio, e farti coraggio; o invece frenarti e metterti in guardia, invitarti a riflettere, a prender tempo.
Bisogna fare esperienza di un'amicizia così e bisogna ringraziare Dio per averci provveduto: a tanti di noi è accaduto e a tanti di noi quelle parole hanno scaldato il cuore ed hanno aiutato a continuare a camminare fino a scalare le nostre montagne.
Talora sono direzioni spirituali, maestri; tal'altra sono proprio compagni di viaggio; i compagni del calcetto e del caffè che vedono in te quella luce, quella novità che tu stesso non sei sicuro di vedere. E di loro ci si può fidare.
Ho nostalgia talora di questi amici premurosi e preziosi, di questi specchi nei quali mi son visto e ritrovato più bello e vero di quel che non pensassi; quelli che t'apron gli occhi su te stesso e ti dicono che c'è un raggio di luce su di te che non avevo mai visto.
Ho parlato di Alipio oggi, avendo scoperto che anche lui, come l'amico illustre Agostino, divenne santo, ricordato nel nostro calendario il 16 di maggio, Sant'Alipio appunto. Ed è bello pensare a questo tratto insieme, alla scoperta, all'amicizia che conduce fino alla santità.
Fu eletto vescovo di Tagaste, quando s. Agostino era ancora prete, oltretutto, a fianco di lui, per quasi quarant'anni, rifulse nella Chiesa d’Africa come riformatore del clero, maestro di monachesimo e difensore della fede contro i donatisti e i pelagiani, amico di Girolamo e di Paolino da Nola, infine morto nello stesso anno di Agostino, nel 430, lui che non esitò mai a chiamarlo amicus cordis mei.
Quanti di noi ne hanno ancora uno?