Tra gli uomini retti riuniti in assemblea, renderò grazie al Signore con tutto il cuore. Si tratta dell’apertura del salmo 110. Ci sono due aspetti che mi piace sottolineare. Il primo riguarda l’atto del rendere grazie, che è poi un’abitudine (e anzi è di più) ed una operazione sempre assai rara. Non è scontato che si ringrazi qualcuno per un’attenzione ricevuta, un beneficio. Ancor di più che lo si faccia anche nelle vesti di credenti, cioè nei confronti del Padreterno. Ma questo scritto – sia chiaro – vuole essere tutt’altro che un atto di rimprovero e di colpevolizzazione.
In genere si prega – questo sì - cioè noi siamo abituati a farlo in questo modo, per chiedere e per ottenere. Un’eccezione visibile alla mancanza di riconoscenza troverebbe testimonianza in quelli che noi chiamiamo “ex voto” che dopotutto sono una variegata espressione di spettacolo di fede e di arte, spesso orafa, fatta ovviamente con le migliori intenzioni.
Già. E che fine fanno gli ex voto? Restano nei musei, nei tesori di un tempio e di una chiesa, oppure appesi alle pareti. Ne ho visti persino in qualche chiesa chiusa al culto, ormai. Nei grandi santuari poi ci sono ampie sale museali colme degli oggetti di voto, dai più preziosi a quelli più discutibili e di cattivo gusto.
Rendere grazie, ad ogni modo, almeno per quello che si intende nel salmo, dovrebbe essere un’altra cosa: forse uno stato d’animo consolidato, una disposizione generale alla lettura degli avvenimenti in chiave provvidenziale, come a dire “comunque vada, ti rendo grazie perché ciò doveva essere il meglio che ci fosse per me …". E non è facile come atteggiamento!
Non è neppure il solo cantarlo in chiesa questo Grazie Signore, in qualche canto più o meno solenne. E neppure pronunciarlo in qualche preghiera. Infine neppure ripeterselo ad alta voce per convincersene. È davvero altro: è davvero un’attitudine del cuore, un atteggiamento ed insieme il frutto di una educazione a considerarlo ed a farlo; cioè a sentirsi non autosufficienti in tutto ma bisognosi e quindi anche più o meno nelle condizioni di chi chiede e di chi ringrazia. “Principio della sapienza – dice lo stesso salmo – è infatti il timore del Signore”. Chi teme, certo, ringrazia. E qui non si tratta del timore in senso stretto, il timor panico di essere incenerito. Forse invece di quello di chi ama, che non vuole ferire e non vuole essere frainteso (premura), il quale vorrebbe che l’amato mai se ne sentisse turbato e ferito.
“Non temere” – risponde infinite volte il Dio delle Scritture – non vivere nell’eterna paura. Noi diremmo: “rilàssati!” Il Nuovo Testamento a sua volta ribadisce e rassicura: che il tempo della paura è passato. E’ giunto quello dell’amicizia. Ciò non toglie che anche gli amici a cui teniamo, temiamo di ferirli e di offenderli, cioè di perderli.
Questo grazie infine, si esprime in modo palese, manifesto e collettivo: davanti all’assemblea di altri uomini “retti” cioè capaci di riconoscere quanto si debba agli altri e come nulla sia dovuto. Questo aspetto comunitario del pregare, per me il più complesso, non va sottovalutato. In fondo, come nei cori, anche quelli monastici, è l’armonia l’accordo e la sincronia ciò che conta, con un piccolo sacrificio del sé quando significa smettere i panni del virtuoso e del solista a tutti i costi.
Nei cori monastici soprattutto, e nel gregoriano, questa rinuncia è evidente: nessuno deve sovrastare o precedere gli altri oranti. Non c’è la primadonna e neppure il migliore di tutti. Bisognerebbe ringraziare anche per queste piccole lezioni di disciplina e di uguaglianza.
Certe cose hanno un valore persino al di fuori del loro contesto, persino al di fuori di un discorso liturgico e di fede. Giocare di squadra e riconoscere che si ha bisogno degli altri è infatti dello stesso segno; e non fa che aiutare a giocare meglio le proprie partite.
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