E’ raccolta e silenziosa, buia, la chiesa dedicata ai santi Sergio e Bacco, posta in un angolo della piazzetta per antonomasia di rione Monti, nel cuore di Roma. Di fianco, mimetizzata, la casa del pellegrino, di quelle che dovran pagare l’Ici insomma, secondo Francesco.
In ogni caso si tratta della chiesa degli ucraini, nella Capitale. Ne avevo veduti tanti di costoro alle sue porte; ma non vi ero mai entrato, prima di un giorno impreciso, un po’ di tempo fa, quando cercavo e cercavo e talvolta trovavo: forse si lasciava trovare …
Poi, una volta scoperta, prima di andare al lavoro lì nei pressi, è diventata un po’ una meta fissa prima della mia fatica quotidiana, così da scoprire anche il bello di altri costumi e usanze che mi erano sconosciuti fino ad ora.
Nulla di memorabile. Una bella atmosfera.
Di tanto in tanto, in chiesa si affaccia qualche monaca orientale e sacerdoti dal piglio e dall’aspetto inconfondibilmente slavo. E’ lì che ho preso a buon mercato un dvd con le litanie cantate in slavo antico; e una boccetta contenente dell’olio benedetto e qualche cartolina – poca roba – che ora conservo, come tante, tra le pagine di qualche libro.
Non sapevo invece di Sergio e Bacco, i santi cui la chiesa è dedicata, martiri sotto Massimiano Galerio (286-305) come scopro peraltro appena quest’oggi. Dei due, sulla facciata della chiesa, sono esposte le statue, una in particolare che ricorda un po’ il pope che ritrovo a celebrare nel dvd che vi ho preso; e – se vogliamo, a ben guardare – nient’altro di eccezionale, dal punto di vista artistico, nel tempio.
Non deve stupire – come fa invece con un provinciale come me – che le chiese di Roma siano state e siano ancora e di nuovo affidate a questa o quell’altra comunità di stranieri – per così dire. E’ sempre avvenuto in passato e avverrà ancora (ve ne sono di portoghesi, vicino piazza Navona, di francesi, dietro al Palazzo del Senato e gli asiatici frequentano santa Emerenziana, bellissima chiesa romanica, sempre giù in Suburra; così come i cinesi San Bernardino da Siena, i polacchi dietro via Cavour e i russi invece in zona Santa Maggiore, per dire …). Allo stesso modo del resto, per secoli le diverse corporazioni di lavoratori e artigiani, ne avevano di proprie e di particolari di chiese, fatte costruire con le proprie raccolte e dedicate ai propri santi eletti a patroni, da Giuseppe patrono dei carpentieri a venir giù.
Dalla parte opposta della piazza invece, Santa Maria ai Monti. Il quartiere è un po’ così, però: come una casa, un villaggio.
Alla morte del regista Monicelli, avvenuta qualche anno fa, in modo tragico e volontario, il parroco della Chiesa – pur contestato per questo, da qualche benpensante – all’uscita del feretro fece suonar le campane, perché il “toscanaccio” andava pur salutato dalla sua gente e dalla chiesa che lo aveva visto passare, anche se forse un po’ distratto (e chi non lo è?).
Come lo siamo spesso alle funzioni, la domenica e ai funerali; pregando, recitando il Rosario – chi lo fa – visto che oggi è di quella festa del Rosario che si fa memoria qui; a celebrare (lo sa ancora qualcuno?) la vittoria di Lepanto dei Cristiani, contro gli aggressori seguaci di Maometto …
Come distratti – ed è cosa ancor più grave – siamo di fronte a chi ci chiede di ascoltare, padri e madri sorelle spose, fratelli d’ogni risma; ché ormai sembra che non si abbia tempo di ascoltar nessuno, tanto siamo presi dalle cose nostre, dai viaggi delle nostre vite sbandate – un po’ – e senza direzione.
E’ che siamo tutti famiglie un po’ così, così poco famiglia: altro che riempirsene la bocca!
L’emergenza vera – mi viene in mente adesso, viaggiando dal Rosario a Bacco e Sergio, fino al Sinodo e a tutto quel che ne consegue – non è propriamente e solamente lo sfaldarsi della famiglia padre madre e figli, nonni; ma quello della famiglia umana intera, ognuno a spasso per i fatti suoi, senza radici e senza una reale appartenenza affettiva e di sentire, indifferenza insomma al destino altrui, “io per me; e Dio – semmai - per tutti”.
Ma questo forse non è nuovo a questo mondo e non dovrebbe essere il sentire di un credente cui non è chiesto il pessimismo, quello no. Solo lucidità semmai; e una speranza confortata dal fare – in qualche modo, in qualsiasi modo – quel che c’è dato, che c’è chiesto; quel che sappiamo.
