Le mie nonne che ho conosciuto – una delle due, in realtà, anche se giovanissima per il ruolo, era una bisnonna – si chiamavano Irene ed Orsola. Ricorrerebbero oggi e domani i loro onomastici.
Sono quelle occasioni imperdibili per me – poi, non certo le uniche – per ricordarle.
Si tratta di storie di inizio Novecento, in ogni caso, contrassegnate dal sacrificio e dall’emigrazione: tra Brasile e Stati Uniti d’America, dove poi è rimasto e s’è impiantato un ramo delle loro famiglie disperse allora dal bisogno, una vera e propria diaspora della povertà.
I rapporti con i familiari si diradavano; e allora passavano solo attraverso le lettere che viaggiavano “par avion” – mi ricordo – i saluti e i pacchetti inviati dai compaesani, con relative notizie e saluti.
Grande manualità; dell’una erano stranote le qualità di cuoca, gestendo inoltre in paese anche una gioielleria; dell’altra, quelle di sarta che si era adoperata persino a New York nell’arte, esattamente come il marito. Auguri, nonne!
Le occasioni per far memoria del passato sono tante e credo che non vadano perse, ché già la vita ci pensa da sé a cancellare sovente le tracce del nostro passaggio, distratti come siamo dal vivere, in superficie.
Era anche (!) per questa profondità che il ritmo della vita solitaria, silente e monastico mi aveva sempre affascinato: “Voglio restare ad ammirare a bocca aperta e anche a contemplare”. Bello, questo riprendersi il tempo, e insieme farne dono intatto e pulito a chi non ne ha memoria: non più; questo non lasciarsi prendere dalla frenesia del fare.
Se ne parlava – naturalmente quasi di corsa - stamani con un penitenziere domenicano, che di quest’ansia del fare era – come me – un attento oppositore.
Fare e non vivere, quasi sempre, lasciando che le cose prendano il sopravvento (“Marta, Marta …”); mentre la parte migliore – non certo per egoismo, spero – quella “migliore per ciascuno”, è quella di non dimenticare e non dimenticarsi di quel che stiamo vivendo e attendendo, perché non attendere più nulla significa spegnere la luce e non farsi trovare svegli: non solo dal Padrone (!), ma ancor più dalle cose, dalle persone che richiedono la nostra festa, la nostra attenzione, quella vera, alla vita, quella vera, che non è mai dispersione, mai distrazione. Vivere è non distrarsi dal farlo.
Di distrazione invero ne viviamo a iosa.
Non si sa quante migliaia di volte sia stato io in Santa Maria Maggiore. Ci sarebbe da non crederci, se non fosse vero.
Oggi solo, dopo ventiquattro e più anni, vedo per caso, in una cappella, il corpo di San Pio V, che pure vi riposa da circa cinquecento, per capirci! Per dire, che passiamo accanto senza vedere e non “aspettando davvero” più nulla, quasi nulla; mentre le cose vanno via senza cambiarci, senza mai festeggiarne alcuna.
Mi viene in mente come i venti e più anni di Roma siano trascorsi allo stesso modo, sfiorando e non vedendo; mai vivendo come una festa il suo avvento, di Roma intendo, la sua vita e la sua presenza al mio fianco, persino vivendoci dentro. E come per ogni uomo la vita sia così, una galleria del buio e del vento, in cui ogni evento è scontato e dimenticato; di più: ignorato, sottovalutato.
E’ l’arte di vivere il suo contrario; e la festa è esattamente non la domenica che s’attende il sabato, nel villaggio; ma l’attenzione posta a quel che viviamo ora, adesso esattamente, mentre già viene l’ora, viene il Padrone del Tempo, il tempo stesso che si vive e si appalesa;
e mentre stiamo già con la veste giusta, i fianchi cinti e il vestito della festa, perché il banchetto è cominciato – checché ne pensi - pure in nostra assenza.
Chissà come vissero i nostri nonni e i nostri avi l’attesa e il presente; che oltre che il fare vissero – vedo - la memoria anche dei loro affetti lontani e la speranza di una lettera dall’altra parte del mondo.
Mi piacerebbe che questo mio stato attuale fosse capace d’ora innanzi – ne faccio voto - di cambiare la percezione che ho d’ogni cosa: che questa è l’occasione giusta e sempre.
Che solo così è pace; senza attendere la prossima, quella che verrà, il giorno, l’anno e il mese giusto, l’occasione.
Che ogni giorno è un po’ così: l’impegno a vivere in pienezza, quindi a suo modo festa.
