Bisogna chiarire, fin quando è possibile. Ho molte cose ancora in sospeso che vorrei dire, anche persone e situazioni che vorrei recuperare. Penso che ogni uomo onesto e perbene lo vorrebbe fare. Cos’è che non è andato? Ci sono molte storie che implodono così, e si chiudono senza una ragione esplicita ed evidente.
Perché d’un tratto non ci si chiama più – mi chiedo - e non si continua più un discorso lasciato a metà? E cosa sarebbe accaduto se non fosse andata in questo modo?
Era così che mi chiedevo ieri sera.
E pensavo agli scenari che si sarebbero materializzati e che non son stati invece, in caso diverso.
I miei amici di Frigento, per esempio; e poi quelli alla Badia; quelli a Milano, ancora in Abbazia e così andando. Eppure di loro – voglio dirlo - ho conservato molto: né parlo solo delle figurine che mi dicevano “ama il prossimo tuo” messe nel libro; o di cose dello stesso tenore.
Da ognuno insomma mi pare di aver trattenuto e preso qualcosa; l’ho conservato. Dai miei amici di Milano ho mutuato i tempi e i modi di preghiera; la sveglia bella nel cuore della notte; le letture e persino il retto tono, quando ne ho memoria.
E mi ricordo di bello i chiostri frequentati, le passeggiate all’interno, torno, torno; il tempo all’aria aperta e persino le pulizie fin su dentro le scale.
Quel ritmo e quel metodo applicato, l’abitudinarietà - per certi versi - son diventati mio patrimonio; e la mia vita scorre anche così; anche grazie a loro, nonostante tutto.
Ci fu un saluto frettoloso e freddo alla fine che mise fine a ogni nostro discorso. Vorrei poter dire ora “questo è vostro” e ribadire che non tutto è stato invano. Così ugualmente di altri luoghi e altre situazioni. Persino delle ore al catechismo e della familiarità un po’ così, in una chiesa di periferia.
Mi chiedo – è lecito - se si tratta di rimpianti; e quanto si debba fare in questi casi.
Solo mettere a frutto errori e rielaborare – direi: restituire onestamente valore e dignità a quel che ne ha di suo, anche se riconoscerlo è costato fatica, facendo attenzione d'altro canto al potere un po' idealizzante d'ogni ricordo, specie se lontano.
Si tratta di un bel lavoro, un gran lavoro da fare, ma non ci spaventiamo.
Credo che questo tocchi a tutti, prima o poi. Nella vita di ciascuno c’è spazio col tempo per gli eventi e gli uomini da rivalutare, da riconsiderare. E va fatto.
Ne son certo, perché ti dà una pace grande e ti ridà un po’ il sorriso, non sempre malinconico, che nasce da quel senso di giustizia e che riguarda ognuno: riconoscere i propri meriti a ciascheduno, quel che ha contato, quando è stato.
E’ proprio la giustizia, l’onestà che ci spinge a farlo; che ci fa vincere l’orgoglio, il non riconoscimento pertinace del valore altrui; che alla fine ci fa dire che in qualcosa anche noi potremmo aver sbagliato, mal valutato; e che la verità ha spazio anche nell’altro.
Bisogna esser vecchi per far questo?
Ma no. Solo bisogna cominciare a ripensare con lucidità alle cose, da distanza e con saggezza, certo; e non si finisce mai. Io trovo che sia un gran bel modo per riconciliarci con quel è, che è stato; per preparare meglio quello che sarà, tutto quello che sarà.