Se ti dicessi che era così questa mattina il cielo, sopra le colline. Se ti dicessi che così me lo son visto balenare alla mia destra mentre mi respiravo il mattino, dopo il sonno fantasioso della notte, tra fra’ Dolcino ed i Viandanti di Cristo, fraticelli; con tutto il Pauperismo medievale e mai finito, in processione; o il pullulare di movimenti e di rinnovamento, escatologie e millenarismi in quantità; potrebbe sembrare che io quasi viva adesso nella sfera dell’incanto del passato, residuato, del Mille ed una Notte e dei Fioretti; come se per scelta e per paura ce ne fossimo andati a fuggire in un altro mondo.
Mentre il mondo è proprio questo, deve; purché lo si guardi, ogni tanto il cielo e tutt’intorno, che è proprio quel che rimprovero a noialtri; a chi ci guida e ci governa, ci spinge di suo, colpevolmente, a guardare solo in terra e alle mille e una cose da fare, le mille angosce per avere e possedere; per diventare ed essere, gestire.
Che mi torna in mente come di quel tramonto della luna messo in versi, Leopardi; e mi sovviene che al viandante e al suo cammino notturno, al suo andare, come quello del pastore, non sembra vero che ci si possa perdere altrove, senza guardarlo, lo scenario del dipinto che pure fa sudare e chiede applicazione, un po’ fatica, per viverne.
E’uno spettacolo meraviglioso insomma questo cielo attorno, quella coperta e quel cammino delle stelle nel buio. Come la strada percorsa dalla fantasia creativa e dall’intelligenza, dalla sapienza del mondo; dall’aspettativa irrefrenabile di un Dio pittore e poi cesellatore che mette insieme questi quadri e queste luci fin dal mattino e dal cuore della notte: Dio mio, che notte, mentre ci guarda dormire e sussultare per ansie di cose che van via, che si devono lasciare!
E’ questa l’eredità concessa all’uomo, il suo tesoro; per il suo andare, il suo pregare; il suo sapersi gustare le cose; saper ringraziare; la pace di chi gode la bellezza. Ed io sento in più, fin da stamani e ormai da tanto pur coi miei ripensamenti, che a noi è dato di essere pennello e mano, se Dio vuole; penna e parola di un’Altra Bellezza.
Che è questa la via della Carità e dell’Amore che ci è chiesta, in certi casi, quando è il caso e si può fare; di parlare di e con Queste Parole, di questa Storia; di questo incanto; di questa fotografia nella quale siamo immersi inconsapevoli ed assenti, spesso. Donare il meglio insomma che abbiamo e che c’è dato; mettere a disposizione il nostro incanto con quanto c’è di più connaturato e congeniale; ridonare e far vedere ciò che c’è donato e c’è dato di vedere, al mattino.
Che il contrario invece sarebbe un peccato: di omissione innanzitutto, di avarizia e di avidità, imperdonabile.
Il mondo ha bisogno di qualcuno che gli faccia il dono della bellezza, dicendogli così, non solo tra le righe, a Chi ammonta e a Chi risale; perché è di questo che ci verrà chiesto conto; del talento che non abbiamo usato mai e che abbiam nascosto.
Sogno un monachesimo e un movimentismo che sia fatto di individuatori e narratori di bellezza; non solo di privatori. Si può e si deve. Sennò cos’altro ci sarebbe chiesto, dunque?
Di gente che si presta a mettere a disposizione la sua voce, per cantarla, questa; per leggerla; per scriverla; dipingerla e suonarla ancora; o miniarla la Parola meravigliosa e bella, come una Luna che tramonta e al suo fianco, luminosa la stella, quella di un Mattino prezioso: come un lenzuolo trapunto d’oro, sull’altare d’una Messa.
