Quattordici anni fa a quest’ora mi stavo preparando per andare in redazione, a Roma. Poi mi sarei messo a studiare per il mio Esame di Stato per diventare giornalista professionista; e poi infine una telefonata dalla redazione mi avrebbe fatto accendere la televisione e insomma cominciare quel giorno senza fine di cui anche su questo blog ho già raccontato.
Mia sorella viveva a New York (e vive ancora negli Usa), lavorava nei dintorni; ma insomma qui comincia una storia nostra, personale …
Non lo nego. Oggi persino decidere se andare a Roma l’11 settembre (visto che posso farlo in altra data); e se prendere la metro; mi ha messo “scioccamente” in apprensione, perché poi dopotutto l’11 di questo mese è diventato davvero come un simbolo per i folli, un manifesto, nonostante tutte le dietrologie e le cose anche sconce che son state raccontate.
Il mondo non è più stato uguale? In certo modo è vero, per chi si fosse illuso che esistesse una irraggiungibilità ed una intoccabilità da qualche parte, a questo mondo; come se la follia omicida e il fanatismo conoscessero limiti e frontiere.
Il male che prende di suo tanti colori, non conosce barriere invalicabili, lo sai: non rispetta né bambini, madri e padri; né immigrati; né poveri né ricchi. Spara nel mucchio, come ricorda la storia e poi la cronaca di oggi; la guerra e il terrorismo; gli anni di piombo e gli attentati in nome dell’ideologia e persino di una “presunta religione”; come testimoniano roghi e torture sotto ogni segno e in ogni tempo; come la persecuzione e la pulizia etnica, infinita corona di nefandezze. Eppure, anche questo è l’uomo – viene da dire – che ritiene di aver diritto di vita e di morte su ciascuno.
Familiarizzammo d’improvviso da questa parte del mondo quindici anni orsono con i controlli ossessivi e i check in senza fine “tolga le scarpe e la cintura per favore”, con i controlli a campione; con termini come antrace e attacco batteriologico; familiarizzammo col terrore.
Poi, si sa, ci si abitua a tutto. Anche a dire “bisogna continuare a vivere”, mettendo in conto che si può salire sul treno e saltare come burattini; andarsene al lavoro e finire come topi sulla metro di Roma, di Londra, di Madrid e di Tokio. Non che non lo sapessimo prima, ma che anche ad una pace apparente e relativa si era fatta l’abitudine e che insomma c’eravamo illusi che tutto andasse più o meno male dalla parte nostra del mondo, tutto come sempre, o quasi.
Il repulisti della guerra, le armi e ogni altra cosa: non sono in grado di dire e di giudicare. Non mi azzardo, io che politologo non sono e non ambisco ad esserlo.
Mi accontento di osservare l’uomo, a partire da me stesso, conosco la belva che spesso si ha dentro: l’intolleranza, la voglia di colpire di vendicare, di esprimere la propria frustrazione e so che su quei miei limiti, su quella consapevolezza di quel che sono (e siamo) dovremmo agire, lavorare.
Dentro ci si nasconde il guerriero e il traditore, il Giuda ed il Caino, il massacratore; quello che grida “all’untore!” e che non tollera ciò che gli è diverso; quello che manderebbe al rogo e che farebbe eliminare chi non riconosce che la stele, il simbolo, la pietra, l’altare del suo dio e degli idoli suoi sono i soli veri e santi, i soli da adorare, i soli su cui versare il sangue dei simili per i suoi sacrifici.
Sono tornato altre volte a New York da allora. Il cratere faceva spavento sì. Soprattutto perché era così simile a quello che si ha dentro spesso e che divora ogni cosa, che trangugia come un orco un mondo popolato di fantastiche prede, inconsapevoli, un po’ indifese insomma un po’ degli Abele.
