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Angeli del nuovo

Pubblicato da Enzo Cilento su 29 Settembre 2015, 10:07am

Tags: #Vita consacrata

Molti spunti sarebbero degni di sviluppo quest’oggi. Dal richiamo dell’Apocalisse di Giovanni (“non amarono la loro vita, fino a morire”, in riferimento al destino non solo del martire, come vedremo …); al richiamo alla festa odierna degli arcangeli Michele Gabriele e Raffaele; fino al tema del quinto giorno della nostra piccola novena dedicata a Francesco.

Tanti spunti – è vero – eppure con un raccordo potenziale possibile ed affascinante.

Chi non ama la “propria vita”, i propri progetti fatti a tavolino, fino a decidere di morire - di lasciar morire questa rigidità e questo schematismo - è colui che è toccato dalla Grazia assolutamente onnipotente e multiforme di Dio (lo Spirito con tutte le sue forme). In Dio è tutto infatti e ogni cosa e nulla è in sé.

Di fronte a queste caratteristiche di multiformità pertanto, la “nostra vita”, le nostre piccole scelte “definitive” rischiano perlopiù di costituire un impoverimento. Bisogna avere il coraggio e chiedere la forza di lasciarle cadere, finire.

Bisogna che le cose ad un tratto muoiano – ci dicevamo ieri sera tra amici mentre ci si confrontava - e ad esse bisogna saper dire anche addio, senza rimpianto.

Un’altra vita, differente, sempre ci attende.

Il martire allora – quello dell’Apocalisse – altri non è se non quel testimone (e questo significa di suo la parola, senza che ciò implichi in sé morti brutali e violente) che è capace di riflettere questa mutabilità possibile (e persino auspicabile) alla luce del volto radioso di Dio, in cui tutto è eterno presente e tutto è molto più del nostro poco, di quella vita in scala ridotta che ci siamo ritagliati su noi stessi.

Io sono quello che tutto Dio può in me (come in altri); purché io non mi attacchi a quel che sono ora disperatamente; a quel che ho pensato per me, come condizione senza la quale, proprio non potrei …

Spesso questa vita nuova che nasce, trasformata; e questa novità; è di per sé preannunciata da un incontro che è reso possibile solo da questa apertura alla vita che è esattamente il contrario della nostra pigrizia e del nostro schematismo intellettuale.

E’ questa che ci mette in dialogo e prima ancora in ascolto con il Michele, il Raffaele il Gabriele che ci viene inviato – per così dire – per dirci “ecco tu guarisci dalla tua malattia (che infatti è sempre un limite); dalle scorze poste sui tuoi occhi (Tobia) - che appunto non ci fan vedere - ; che concepirai e farai nascere qualcosa di nuovo e di inedito (Maria)” - che è sempre un’altra opportunità per noi e per il mondo intero che ha da essere rinnovato.

Certo è che bisogna tenere le antenne dritte per questo; soprattutto senza pensare di saper già tutto; e che ogni messaggio sia già arrivato – che noi siamo il luogo della rivelazione su noi e su noi stessi del tutto completata – cosicché non ci sia più nulla da sapere e da scoprire, anche sul nostro conto, che è poi altro che la vita: ché è invece quasi l’anticamera della morte.

Bisogna insomma accettare che la nostra vita e i nostri giorni possano essere diversi l’uno dall’altro; e che non le cose rassicuranti perché uguali sono la nostra verità, ma esattamente il contrario; esse sono il nostro ingabbiamento, di contro: sono la vecchiaia della nostra mente e del nostro cuore.

Di stabile per sempre vi deve essere – ritengo - solo questa capacità (attitudine) di saper lasciar passare le cose, senza attaccarci ad esse come una patologia; di volerle leggere ed ascoltare (ché anzi sono esse a leggere noi). E di non aver paura infine che qualcosa di imprevisto accada. Eccolo ancora il Quinto Evangelio da vivere e da costruire, da scrivere ancora.

Il nostro quinto passo (quinto giorno) con Francesco quindi non può essere che questo: lasciar cadere (perdere) qualcosa che ci sembrava irrinunciabile; farne dono eventualmente; offrirlo.

Per anni il successo nel mio lavoro di giornalista; le mie smanie di scrittore e così via continuando (persino la giovinezza e la forma fisica, ad esempio) sono state irrinunciabili aspetti della mia vita.

Arriva il tempo di lasciarle morire e cadere; di accettare di salutarle perché altro accada e perché la vita – mia e di chi mi è a fianco – possa essere per certi “di nuovo” nuova.

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