Non può che essere uno solo il Maestro, anche se possono essere tanti coloro che ci possono avvicinare a questa Verità: che di Maestro c’è solo chi ti dice di cercarti fino in fondo e di non accontentarti di percorsi secondari, di vie che non ti fanno ritrovare.
Per me, come per tanti nei secoli, le pagine di Agostino sono state una via, senza costituire per sé l’approdo finale, certo: perché l’approdo finale non può mai essere un uomo e tanto meno una sola teoria o una filosofia. Chi di questa del resto si facesse l’unica via e il fine, finirebbe col rischiare l’idolatria, e non è questo il compito di nessun insegnante. “Io non insegno me stesso. Io non sono la Verità e la conoscenza” – direbbe qualsiasi insegnante onesto ai suoi studenti; “io sono uno strumento invece, uno che è qui perché amiate cercare e non vi stanchiate di farlo”. E’ questa la vocazione di chi insegna: “siamo un po’ degli strumenti: utili se volete, ma solo dei mezzi. Ed altri arriveranno oltre; oltre le nostre conoscenze”.
E’ per questo che per chi ha insegnato (anch’io, per poco, ma l’ho fatto) è sempre una gran gioia incontrare i propri allievi arrivati più lontano, coronati dal successo, quello vero, quello di un’ulteriore conoscenza. Dopodiché, nessuna conoscenza vale quanto quella di conoscere davvero la priorità delle conoscenze: la sapienza – intendo – quella per cui il successo nella vita è saper cogliere il valore reale delle cose; quello che conta e quel che resta.
Il resto passa infatti, come passa la scena di questo mondo, senza rimpianti e senza tristezza. Il successo è imparare a contare i nostri giorni e quindi sapere quel che conta per l’uomo: dare un senso ai suoi giorni; cogliere il significato dell’esistenza.
Così oggi, per la festa di s. Agostino, non posso non gioire per aver avuto la fortuna di averlo incontrato, nei momenti giusti e nei miei giorni di ricerca, anche; e di riconoscerne al contempo che altro non può essere – per chiunque dovesse incontrarlo veramente (è questo che egli stesso vorrebbe) – che una via, un mezzo, per arrivare a ciò per cui è stato chiamato: a servire.
Vorrei che accadesse così per me e per tanti; così che chiunque incontrandoci, cogliesse in noi il senso e la preziosa provvidenzialità della nostra esistenza. Cosicché chiunque, dopo averci conosciuto, riconoscesse in noi che siamo stati un mezzo per approdare a ciò per cui si vive.
Agostino insomma, come altri, anche se un po’ di più di tanti; come altre vie e filosofi grandi e teologi, uomini, senza sminuire alcuno.
Chiunque ci richiami alla verità di noi, di certe nostre domande, quelle che sono davvero al fondo di noi stessi, questi è lo strumento usato per richiamarci in vita.
Molti si sveglieranno a queste voci. Altri non ancora, perché l’ora non è ancora quella giusta. Che scoccherà ancora però, suonerà, perché a tutti sia dato di capire. Ed è solo questo che bisogna chiedere, per cui bisogna adoperarsi. Tutti insegniamo in fin dei conti, dalla cattedra non riconosciuta della nostra faticosa esperienza: quando questa non è stata vana.
E quasi mai lo è, in sostanza, non può essere che così.
