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Fortezze e invasioni

Pubblicato da Enzo Cilento su 8 Agosto 2015, 10:07am

Tags: #in vista

Se un’invasione è sempre un atto di guerra, quella dei profughi e dei migranti alle frontiere alla guerra potrebbe somigliarvi.

Solo che la guerra, probabilmente non è mossa da coloro che sbarcano e che invadono materialmente, ma da chi li spinge a intraprendere l’atto estremo dell’invasione.

Le invasioni del passato – barbariche (?) – costituivano indubitabilmente un atto di guerra ai confini dell’Impero. Alle spalle di Goti, Unni e Longobardi soffiava il vento della povertà; forse della scarsa redditività delle proprie terre, specie per popoli per vocazioni “nomadi” più che sedentari e contadini. Ed era poi la spinta di altri affamati alle loro spalle, in ogni caso. Alle spalle ci sono sempre altri e altre situazioni e congiunture a spingere.

Poi c’è la terra dove scorrono latte e miele, la mitologia e insomma l’idea che Bengodi e l’Eldorado esista da qualche parte, che Babilonia sia da conquistare e che insomma quella terra e quella ricchezza ci appartenga; fosse anche e solo quella di poter professare la propria fede religiosa o quel che sia.

Se questa dei nostri giorni è un’invasione – ma è proprio questo il punto: lo è? – allora ci sarebbe di conseguenza anche il diritto degli invasi (noi?) a difendersi; a costruire torri per respingere saraceni; e fortezze e castelli arroccati ponti levatoi e cittadelle fortificate, “castra” e postazioni a difesa.

E’ un altro Medioevo; un’altra età di mezzo, la nostra?

Ora, detto che l’età di mezzo è sempre, e quella trasmessa con quel nome è lunga mille anni circa, e ogni età ha le sue invasioni (la gente si muove e le hanno pertanto le età delle colonizzazioni europee, dal Cinquecento in poi. Per cui le Americhe e il Mondo nuovissimo sono stati invasi: o no?); si dovrebbe discutere a lungo e invano della liceità di ogni mobilità di popoli e di genti e di contro di quella di sentirsi minacciati, ogni volta che uno straniero si profila all’orizzonte.

E allora se un’invasione è un atto di guerra, la difesa da questa è sempre legittima, si dovrebbe concludere (è così che si fa da qualche parte), pur in presenza di un diritto internazionale che pur in stato di guerra, impone il soccorso ai profughi inermi e ai civili.

Forse pertanto, più che un atto di guerra, quello di respingere chi chiede soccorso è un atto che contravviene il diritto internazionale, che vorrebbe che un uomo in mare in ogni caso si soccorra, mi permetto di precisare a quanto ieri è stato detto da Bergoglio.

Ma non è sulle parole che stiamo giocando, in fondo; bensì sulla stessa valutazione del fenomeno a cui forse andrebbe garantito un approccio lucido e coraggioso in ogni caso, senza cadere nel rischio della retorica, è vero, e dell’intolleranza.

La guerra c’è – dice bene Bergoglio – ma andrebbe estirpata e combattuta dove si genera, prima che metta in mare migliaia di innocenti, quasi tutti; e di illusi, che Bengodi ci sia, e la terra della Libertà e del latte e del miele, dove poter vivere tutti con un minimo al sicuro da ogni intolleranza culturale e religiosa. Da questo punto di vista e non solo da questo, i nostri non sono paesi per chi cerca soccorso; non più. Sono terra di passaggio e strettoie perigliose assai.

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