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Non berne più

Pubblicato da Enzo Cilento su 3 Luglio 2015, 15:25pm

Tags: #in vista

Essere innamorato è come essere chiamato per nome: è non vedere l’ora di vedersi, di cominciare.

E’ quello che mi accade quando mi alzo al mattino per andare a correre, in strada; quando mi preparo a giocare una partita. Mi sento chiamato per nome: vieni. Ti aspettiamo. Retorica? E’ che allora io sono felice; mi scopro pieno di voglia di fare, non vedo l’ora insomma: sono un bambino allora, vivaddio!

Ecco – mi dico – perché questo non mi accade per mille altre cose?

Solo evasione? O forse già questo basterebbe per dire che si tratta di quella che si può chiamare una particolare inclinazione, di un innamoramento, forse è questo lo stato di una qualsiasi “vocazione”. E’ quanto accade per chi deve scrivere (anche questo mi fa felice) e lo attende come un impegno da non mancare, un appuntamento; per chi ama suonare, dipingere, incidere, fare il falegname. Non veder l’ora. Quella felicità dunque e quella trepidazione …

So che per molte altre cose – per quanto mi riguarda - non è così invece. Non lo è per i lavori di casa; per la burocrazia da affrontare, il far di conti e giardinaggio; neppure – lo ammetto - per alcune pratiche per cui pure ha veduto tanti amici provare gioia ed entusiasmo, come la mia sopra.

Non amavo molto cantare il gregoriano (ne detestavo le prove); preparare le litanie; e neppure amavo processioni di cui pure capisco la ragione; alcuni aspetti liturgici e un po’ di coreografia, che poi certo non è tutto qui.

Sono trepidante di contro indubbiamente quando e se devo partire all’avventura (del sentimento) e quando devo andare in qualche posto che mi è caro - Assisi per esempio e soprattutto d’inverno e quando non c’è gente, nel cuore della settimana - che so? - a farmi due chiacchiere come uno scimunito col santo poverello;

e ancora di più quando penso a questa vita mia – proprio questa, ora - che sto cercando di ri-costruire a partire da certe mie ipotesi di semplicità (?) e di ritorno all’essenziale. Sono chiamato all’essenziale.

Ah sì, lo siamo tutti, certo. dopotutto.

Ed io ho scoperto in questo la mia gioia: è la mia dimensione, la mia vocazione, la partita mia.

E’ questo che mi consente di essere e di dare il meglio di me, che è poi quello che ci è chiesto.

Se analizzo altre mie performance recenti, mi rendo conto che in queste, al di là dello sforzo, era allora proprio la gioia che mancava. E questo è tutto.

Solo così ritorno a provar piacere a stare con i più giovani, come una vita fa; a dare una spiegazione: e sono più giovane io stesso. E’ questo ciò di cui il mondo ha bisogno, forse ora soprattutto. Mah!

Ecco: è l’amarezza che non va instillata, non quella mi era chiesta; anche se talvolta essa prende legittimamente piede.

Leggevo giorni fa proprio dell’acqua dell’amarezza, nelle Scritture, di quella che veniva fatta bere alle donne imputate di adulterio, agli uomini di eccessi ingiustificati di gelosia.

E’ quell’acqua che avvelena l’esistenza e che non va offerta a nessuno, anche se lo si facesse con le migliori intenzioni.

Il sapore che resta è pessimo e non rimane che il rimpianto di quello che non sarebbe mai dovuto accadere.

Non berne più. – mi dico. E ogni volta che è possibile, scendere in campo, trepidanti.

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