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La via operaia al Paradiso

Pubblicato da Enzo Cilento su 4 Luglio 2015, 07:55am

Tags: #un altro sport

La via operaia al Paradiso

Al mio amico “Schopenhauer” ossia Osvaldo Bagnoli, mago della Bovisa, allenatore di calcio per fargli gli auguri per i suoi ottant’anni: è del 1935, come Radice, per dire …

Stiamo parlando di un altro sport – badate bene - e molti ragazzi, dell’Osvaldo non possono sapere molto: che ha giocato nel Milan; che ha allenato un po’ di provinciali (Como e Cesena) che una l’ha portata ad uno scudetto prodigioso, il Verona; che riportò il Genoa in Europa dopo un mezzo secolo di calcistiche frustrazioni; e che andò a vincere ad Anfield Road, tempio mondiale del football; e che infine arrivato all’Inter un po’ viziata dei baùscia, infine si stufò di quei fighetti e che tornò, col suo carattere da Schopenhauer, a fare il milanese di periferia, perché poi la Bovisa questa era e questa è.

Al Milan con le paillettes di Berlusconi ad esempio, non lo avrebbero preso mai, visto che gli davano del comunista, all’operaio.

Quel nome da filosofo minimalista lo deve a Gianni Brera invece, che di filosofia non so quanto ne sapesse, ma in quanto a nomignoli pittoreschi ed immaginifici non fu secondo a nessuno, senza dover ripetere qui i soliti Rombo di Tuono, Abatino e compagnia cantando.

Brera, pavese e padano, prima che quest’ultima diventasse per certi versi una brutta parola; di quelli come Bagnoli, italianisti nella filosofia del gioco, era invaghito.

Al mago della Bovisa del resto dicono che bastasse avere uno grosso davanti a fianco ad un tipetto leggero e sgusciante, per fare centro; e, a ben vedere, le sue squadre questo mix - armadio e girello - , lo hanno sempre avuto, come un marchio di fabbrica, visto che parliamo di calcio operaio giustappunto.

Inutile aggiungere che questo era il calcio che ci piaceva: oratorio, da tutti citato; calcio di strada e di cortile; palloni un po’ così, vetri infranti e scappellotti; e “se non vieni in chiesa, domenica non giochi”: fossi pure Bonimba appunto, per restare ai nomignoli di Brera.

Noialtri (e tra questi cotai son io medesmo) che abbiamo scritto di calcio dopo Brera, a lui dobbiamo molto; il linguaggio, il brio, l’ironia (chi ce l’ha); un certo disincanto; un sano orgoglio italico, quanto meno nel mettere in campo le nostre squadre immaginarie.

Facile dire in questi casi che quell’allenatore è stato un secondo papà per i suoi ragazzi Per l’Osvaldo basterà controllare i rapporti mantenuti nel tempo con i suoi ragazzi. Che ho visto di recente, in una cerimonia a trent’anni dallo scudetto di Verona, un po’ ingrigiti, certo, spelacchiati e appesantiti, tutti figli riconoscenti però e ancora del mago di Bovisa, con quella filosofia minimalista Schopenhauer, per cui se avanti hai uno grosso e uno piccoletto, il più è fatto.

Il resto è sudore, fortuna, culo e talento. La via operaia che porta in paradiso.

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