Con il tempo ho imparato a lasciar passare qualche giorno , scalpitando, dal diffondersi di un fatto, prima di scriverne; proprio al fine di evitare il commento a caldo.
Lascio in genere sedimentare e poi ci rifletto. Infine scrivo. In gergo giornalistico non si tratta più di hard news (notizie fresche), ma di soft news, cioè di notizie/commenti, non proprio “sul pezzo”. Ci si guadagna in lucidità.
E’ così che ho riflettuto in questi giorni sulle frasi dell’ex presidente della Lega Calcio Dilettanti, Felice Belloli, per il quale il calcio femminile – da non finanziare! (sic) – è una storia per quattro lesbiche; e così infine sui contenuti dell’ultimo numero che un celebre magazine sportivo ha dedicato al tema “sport e omosessualità”.
Mi sembra un bell’argomento, pur non essendo sovrapponibili le due cose; in quanto non è scritto da nessuna parte che calcio o boxe femminile o quel che sia debbano essere esclusiva di un’utenza di questo “genere”; né è detto che il tema “sport e omosessualità” riguardi solo il calcio e le donne; la boxe e le donne e così via.
Belloli è stato costretto a dimettersi – com’è noto – perché certe dichiarazioni gridano vendetta.
Il magazine invece mi ha riportato alla memoria una storia bellissima ed emblematica, quella di Justin Fashanu, uno dei primi calciatori a dichiarare la sua naturale inclinazione, pur dovendone poi pagare lo scotto dell’isolamento e in fin dei conti di una carriera molto al di sotto delle attese, vista l’accoglienza che ricevette la notizia nell’ambiente.
Jus giocava negli anni 80 in un team allora sulla cresta dell’onda, il Nottingham Forest bicampione d’Europa, del manager Brian Clough, considerato praticamente un santone nel suo campo.
Clough non risparmiò neppure un insulto ed un’umiliazione al nostro. “Quell’anima bella piagnucolava anche se solo gli parlavo” – ebbe a dire dopo la fine tragica di Justin Fashanu; il che in fondo non faceva che consolidare l’immagine folcloristica della persona omosessuale (debole) che è poi una delle tante facce di questa discriminazione - ahimè - ancora ben viva anche nel mondo così “macho” dello sport.
Inutile aggiungere che Justin, come calciatore avrebbe potuto raccogliere di più (John, il fratello ebbe una carriera migliore pur non possedendo le sue doti naturali); e che si era negli anni 80. E che insomma dopo trent’anni un po’ di cose sono pure cambiate.
Non molte però, visto quanto raro sia il caso di chi abbia il coraggio di dichiararsi pubblicamente nell’ambiente: non che sia richiesto, ma solo per vincere il tabù dell’isolamento e della segregazione.
Senza contare che Lippi, Marcello, l’allenatore, sul tema ebbe a dichiarare appena qualche anno addietro che mai gli era capitato di incontrare un calciatore professionista che fosse anche omosessuale.
Che cosa c’entri poi l’inclinazione sessuale col fare sport, proprio non c’è modo di capirlo. Come se per giocare con i piedi fosse necessario sapere quali siano le tue abitudini sessuali! E come se fosse determinante per segnare un gol o un match point in un torneo del Grande Slam, sapere di chi sei più o meno segretamente innamorato.
E’ che siamo fatti così, noialtri esseri umani – temo.
Fatta l’omologazione che ci mette tutti al sicuro, bisogna trovare uno da discriminare e da mettere al bando: si trattasse anche di lavorare, di sudare, di esistere.
Ma su questo la partita è ancora lunga in ogni campo e non c’è che da combattere perché tutti siano uguali, anche davanti al Dio Pallone, al Dio Sport che non è un dio che richieda vittime sacrificali e impuri da mettere al rogo, lo speriamo ...
