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Tutti i figli di Vittorio

Pubblicato da Enzo Cilento su 29 Giugno 2015, 17:59pm

Tags: #in vista

Tutti i figli di Vittorio

A casa con i miei ieri sera, davanti alla tv, “Techetechetè”. Bisogna esser grati a questa immensa videoteca televisiva, davvero; anche se un po’ mi si stringe il cuore a rivedere certi volti; a sentire certe voci, andate.

Nessuna tristezza!

Noi siamo stati fortunati ad averli visti i Mastroianni e i Sordi, e non solo in tv; e poi Volonghi e Buazzelli, Delia Scala, Stoppa e Pagnani, Cervi, Valori Panelli e Chiari, Vianello, Mondaini e tutti gli altri ancora.

Ragazzi, non potete immaginare cosa vi siete persi.

Ieri è stata la volta di Gassman, Vittorio, un gigante.

Trovo questo su “Pagine ebraiche” quest’oggi. “Quindici anni fa moriva a Roma l'attore e regista Vittorio Gassman. Figlio di un ingegnere tedesco, Heinrich e di Luisa Ambron, di origine ebraica, Vittorio Gassman viene ricordato come uno dei maggiori interpreti della commedia all'italiana e grande attore teatrale. Suo figlio Alessandro, che ha scelto di seguire la strada paterna, recentemente ha raccontato l'origine del cognome: “Il padre di mio padre, mio nonno, era un ebreo ashkenazita: Gassmann con due ‘n’". La nonna, ebrea italiana, si chiamava Ambroon ma durante il ventennio fascista, temendo di essere perseguitata, cambiò il cognome in Ambrosi. “Sui documenti miei e di mio padre – continua l’attore – Gassmann ha sempre avuto due ‘n’, anche se lui nelle locandine, dopo la guerra, ne tolse una per semplificarlo. Io invece l’ho ripristinata, in segno del ricordo degli Ambroon e di tutti coloro che hanno dovuto cambiare il cognome per paura di perdere la vita e la libertà”.

Ecco come si riscatta il figlio, Alessandro, “il figlio di Vittorio” che spesso – pare - avrebbe sofferto l’ombra del padre.

E di ombre di padri, immense, è piena la storia del mondo, pur senza dover scomodare Freud e il parricidio necessario - quello simbolico certo - che servirebbe a noialtri per crescere e per affermare noi stessi.

C’è persino una paternità, quella nei confronti del Creatore, che è spesso pur essa conflittuale, e per lo stesso motivo, credo; prima di crescere in stima e consapevolezza. E per la quale infatti “Dio è morto!” – strilliamo – pur di poter affermare la signoria assoluta sulla nostra vita.

Poi vien su la nostalgia, del Padre.

E’ il segno della maturità e di una personalità finalmente definita.

Mi capita spesso di ripensare al mio rapporto non solo con Dio, ma con mio padre stesso, anche lui a modo suo e agli occhi miei, un gigante. E ripensare a tutti i conflitti della mia adolescenza che sono stati quelli di un nanerottolo che si trova di fronte ad un totem “pubblico” con cui fare i conti. Mi capita spesso questa ribellione – come a tanti – di fronte all’autorità; e ad ogni paternità che temo mi faccia ombra.

E’ che - a fronte di una tradizione che è tutta patronimica e che ci rende riconoscibili in quanto figli di questo e di quello, come è giusto che sia - ; non di rado si vive la tentazione di voler dire “io sono solo me stesso, non sono il figlio di …”; ed è sempre un grande errore, infantile.

Siamo figli dei nostri padri (e delle nostre madri) delle nostre storie, anche di quelle che ci hanno fatto un po’ soffrire.

Tutti lottano contro quel fantasma perché allo sguardo altrui siamo sempre altro rispetto a chi ci ha generato; come se fossimo in naturale conflitto e paragone ingeneroso con i nostri geni;

mentre di contro ne siamo la continuazione, invece, l’evoluzione, l’eredità e i frutti, non sempre avvelenati. Anzi!

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