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Il Toro e la Nebbia

Pubblicato da Enzo Cilento su 10 Maggio 2015, 08:36am

Tags: #un altro sport

Confesso di aver tifato per il Toro – come tanti – per quell’anno e per qualche altro ancora; finché reggeva il confronto con i cugini ricchi di casa Agnelli. Come altre volte, nel corso degli anni, si è tenuto ora per il Verona e la Sampdoria; ora per tutte le piccole che sfidavano i pre-“potenti”.

Nella vita occorre fare così, per etica ed estetica, evviva il Vangelo e la giustizia, quella divina: “beati i piccoli”. Così come ora, infine e inevitabilmente, ci siamo ritrovati - sempre nel parlar di calcio - a tifare i lillipuziani “poveri” di Carpi e Frosinone, contro le tv di Mida e il latinorum di Lotito.

Una settimana fa (ma ne avevo già avuto qualche notizia, invero) leggo di Gigi Radice, “GigiRadix” come lo diceva Brera; occhi di ghiaccio ed hombre vertical tutto di un pezzo che ho molto ammirato a suo tempo; Radice che di quel Torino che sfidava i potenti, a metà dei 70, era stato il pilota che drizzava l’antenna.

Nessuna retorica: Michele Farina giornalista ci descrive il silenzio serrato dell’ex sergente Radice, malato di Alzheimer.

Il Toro mi era caro anche perché mi resta caro il mio parroco di allora, torinista doc, don Armando Borrelli – ci pensavo stamattina in chiesa – il nostro prete con cui anche di calcio si parlava, oltre che di Orazio e di santità, di Virgilio di vescovi così, così e di mille cose ancora.

Ora, sapere di Radice in queste condizioni, ci ha messo tristezza, mentre leggo qualche giorno prima le ultime anche del suo predecessore (in ottima salute invece e che Dio ce lo conservi) il mitico Gustavo (Giagnoni), l’allenatore col colbacco (che ora ricordo che non a caso anche don Armando lo indossava allora il colbacco; e ora che ci penso non gli ho mai chiesto perché); Giagnoni dunque che pure si scontrò con Rivera e gli abatini al Milan; e insomma fu un’altra delle vittime sacrificali dei golden boy stracoccolati di allora e di sempre.

Al Padreterno e a Cristo in terra, i Gigi Radice e i Giagnoni piacciono di più perché sono ideologi del lavoro e della fatica, della gavetta e della condizione degli umili, di una classe operaia che se ne va in paradiso, mentre i nobili e gli aristocratici – in ogni ambito – appartengono sempre a quelli che ne passan più di cammelli per la cruna di un ago che d’uno di questi nel regno dei cieli, fatte tutte le dovute eccezioni.

Uno di noi non può tifare che per i deboli – mi dico - per i piccoli, gli ultimi, quelli che vengon su pane e salame, fave e pecorino;

che sono gente che si fa da sola e che non ha baronie e quarti di nobiltà cui appellarsi.

Al Toro che va in tv il mio parroco dedicava le sue serate e il dopo messa alla domenica, quando capitava; per poi dirmi che di Pulici e Graziani non ne sarebbero nati più; che Pecci ragionava come Euclide ed Epicuro gaudente e bolognese; che “il giaguaro” si chiamava Luciano Castellini e che era più forte di Zoff, più esplosivo.

Che in una squadra di sergenti (Radice) il centrale non poteva chiamarsi che Caporale.

Il mio collega Farina dice che Radice non parla più e comunque mai di nessuno di loro; che loro si sono dileguati durante questa oscura malattia. Che l’unico fedele è il Renato Zaccarelli centrocampista, che lo va ancora a trovare, aspettando indicazioni.

Io credo che nel suo silenzio il Gigi li riveda ancora: quelli che richiama dalla panchina. E che il suo tifoso, Armando il sacerdote, gli venga in sogno a parlare della formazione.

Una settimana fa a Superga, dove si schianta l’aereo del Torino Grande, nel 49, si ricorda l’evento.

Anche lì non resta che il silenzio, come quello di Radice, in Brianza. E come la foto che mio padre conservava a quel tempo, in bianco e nero appesa al muro della casa dei suoi, tutto avvolto ormai nella nebbia, dico, occhi di ghiaccio celeste e grigi, foschia dietro le colline su cui si affaccia il balcone della casa dei miei nonni, via dell’Oratore Capolista naturalmente, bofonchierebbe Gigi Radix ripensando a sé e a quando era inopinatamente e contro tutto il primo della classe, a parlare, l’oratore di turno, il capolista, già: l’inatteso vincitore.

Il Toro e la Nebbia
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