Questi cristiani così tristi, per cui vivere è preferibile senza esserlo "cristiani"; questi volti contratti e affranti che per Nietzsche ci allontanano da loro e dalla fede che credono di rappresentare.
O questi credenti invece sempre così ilari e comunque felici, ignavi; e ignari di tutto; la cui beatitudine può tanto somigliare all’essere all’oscuro di ogni cosa, quasi sciocchi, coscienze addormentate.
Né l’uno né l’altro – mi viene da concludere - mi rappresenta.
E la gioia piena che ci viene promessa non può bandire nessuno dei sentimenti; nessuna delle espressioni.
Mi ricordo la bella Lettera a Diogneto, persino ingenua, che di quei primi cristiani dice che in nulla – apparentemente – differiscono dagli altri uomini: che vivono e lavorano come gli altri; che mettono su casa e famiglia. E che quindi – concludo io - sanno essere lieti quando non c’è un funerale (talora persino allora se ve n’è ragione); e sanno essere pensierosi ed angustiati quando ce n’è un motivo: di fronte all’ingiustizia deliberata, alla corruzione.
Rifletto su questo mentre mi avvicino all’altare, per la comunione, stamani; e mi chiedo come sia il mio volto ora, il mio cuore.
Se sto percorrendo l’ultimo miglio che conduce all’esecuzione o invece il corridoio che mi porta ad un incontro, magari ad un amore.
Se ho la faccia di un matrimonio felice o quella di una condanna senza appello.
Mi chiedo se so essere felice di quel che sono e di quanto ho incontrato. Se Nietzsche mi vedesse, si confermerebbe forse nella sua convinzione. Ed è questa temo la contraddizione.