Non bisogna aver paura di quella che è l’umanissima fatica di credere. E’ reprimerla semmai che può far male. Sto imparando a farci i conti e a chiedere di essere aiutato: in quale modo e da chi, si vedrà.
Del resto, credere di fronte all’ingiustizia ed alla morte, alla malattia, alla ricchezza mal distribuita in questo pianeta; al silenzio di Dio che talvolta si fa così spesso; di fronte ad ogni cataclisma; di fronte alla follia della fede, contro cui tutto sembra congiurare (“perché nessuno che mi venga mai a raccontare da un Aldilà quel che ha visto e fatto?”); è la cosa più naturale di questo mondo e nessuno se ne scandalizzerà mai.
“Le morte stagioni” come le molte stagioni morte, di cui parlava il poeta sembrano avvolte nel silenzio; e il nostro cuore è spesso soltanto un cimitero pieno di croci che non parlano: i nostri amici, i grandi e i piccoli della storia.
Talora ci parlano in sogno – ci diciamo – e con mille segni che vogliamo vedere (o piuttosto negare); e anche allora si potrebbe pensare che si tratta solo di un nostro bisogno a cui diamo corpo, come alle ombre; e di una nostra proiezione; di quanto è prodotto dentro di noi da una massa di nozioni e di ricordi.
No, non bisogna aver paura di aver paura e di vacillare.
Credere dopotutto significa anche credere che vacillando siamo sostenuti e rianimati.
E l’onestà intellettuale (una volta avremmo detto “umiltà”), ci fa concludere che da soli non bastiamo di fronte al mondo che crolla tutt’intorno.
“Guarda i miei piedi e le mie mani. Sono io. Non mi riconosci?”.
Proprio quando hai le mani ferite e i piedi trafitti (e li abbiamo tutti), proprio quando li hanno gli altri attorno a te, Egli è presente – mi sembra di capire.
Non so perché sia necessario che questo accada – che si sia trafitti o che altri lo siano – e neppure perché lo sia dunque, immancabilmente, per riconoscerne la presenza.
Forse perché in questo sta il nostro limite: in nessun’altro modo sapremmo riconoscere di avere bisogno di Lui, se non quando ne avvertiamo il bisogno, in quanto bisognosi di aiuto.
Forse perché l’uomo nella prosperità ritiene di non aver bisogno di nessuno, di essere il signore della sua vita.
E questo non è mai: non è mai vero soprattutto.