Ora è finita. Ma quante cose ci siamo detti in questi mesi di poesia e di narrativa, a Roma! Di un codice per l’arte; e di uno per la bellezza, per esempio.
Ci siamo interrogati sul tema, durante questi mesi spesi a teatro, nel nostro “Corso di Scrittura Creativa”.
Perché si può sostenere come tanti – come Wilde, “Introduzione al Ritratto di Dorian Gray”; e come i “decadenti” – che l’arte non può (non deve) porsi il problema del bene e del male, ma solo del bello (nell’arte una cosa o è bella o brutta; non buona o cattiva);
o invece si può assumere tutt’altra posizione: quella che chiama in causa la responsabilità dell’artista: quella di tener viva la memoria, per cominciare; e quella di comunicare un valore, oltre che un piacere effimero e puramente estetico, per finire.
Mi tornava in mente ora tutto ciò, questa mattina; in queste ore in cui siamo alle prese con la memoria dei genocidi, quelli riconosciuti e quelli negati, armeni;
in questi giorni in cui si torna a parlare di dopoguerra e di letteratura della Resistenza, anche con un po’ di retorica se volete; o forse davvero per non dimenticare.
L’arte e il dovere etico. Sono troppi i distinguo e le precisazioni che si possono fare in merito.
In fondo però, ciò che è bello è sempre ed anche buono (o no?): perché ciò che non è un bene per la vita delle persone infine, non è bello neppure e non incide, non educa, non costruisce.
E se il bello “e-duca”, “conduce fuori” dalla nostra condizione beluina; ciò che non ci porta oltre questa, bello non sarebbe in alcun modo.
Ma chi può dirlo del resto? E come?
Ah sì: ci siamo “divertiti” da ottobre ad oggi anche a leggere le esagerazioni e le provocazioni marinettiane, Esenin e dintorni, Majakovskij;
quelle insomma di tutte le avanguardie ed i relativi manifesti; né si può dire che provocare, di per sé non abbia del buono e del bello, del costruttivo e dell’innovativo, puntando come fa, a scardinare luoghi comuni e convenzioni stanche.
Ogni “scuola” – ne sono certo - ogni continuazione pedissequa e ripetitiva di “deja vu” non è più un bene (e neppure un bello) - ammesso che lo sia mai stata.
Le cose, prive di vita, non sono né belle né buone: sono morte. E questo vale per l’arte tutta (persino per la vita): vale anche per la musica; per quella colta e quella commerciale, per dire.
Perfino in materia di fede: “lasciate che i morti seppelliscano i propri morti!”.
E vale persino e infine per tante nostre certezze che hanno bisogno di continuo di essere messe al vaglio della vita (e della fede); della loro ragion d’essere: “valgono ancora?”.
Insomma il comporre e lo scrivere, il comunicare, esistere, non sono mai solo bello o brutto alla fine: sono e devono essere anche e sempre appello all’umanità (penso a Omero adesso, alla grande epica popolare, alla poesia); sono sempre (dovrebbero essere) impegno costante all’evoluzione; alla costruzione di un uomo e di un mondo migliore: la bellezza è sempre etica, suppongo.
L’ho sostenuto anche nella vita e nel cuore della Chiesa – come accennavo - delle sue forme di spiritualità in questi anni, talora un po’ svuotate e appesantite, quando accade: “o si è vivi o non lo si è!”
E la bellezza è sempre finalizzata a fare dell’umanità una realtà migliore, che cresce, come la consapevolezza del suo destino.
L’arte e il bello, il vero, non sono mai solo un museo e una galleria da andare a visitare, pieni di deferenza e magari di rimpianto.