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Il colore orange

Pubblicato da Enzo Cilento su 25 Aprile 2015, 10:25am

Tags: #un altro sport

Ho sempre amato molto il colore arancio. E’ il colore dello spirito – dicono – ed è quello di un certo tipo di libertà: magari non solo strettamente spirituale.

Nello sport, gli orange sono sempre stati gli olandesi, per tutti. E questi eran di gran moda qualche decennio fa: “rivoluzione orange”, Crujff e Neeskens; Krol, Rinus Michels e “calcio totale”.

Zeman, da noi, e a posteriori, ne è stato nel tempo il più nobile Don Chisciotte. Ma non è di questo che volevo dire.

Volevo dire degli equilibristi che ieri ho postato sui facebook e dell’arancio che piaceva a me, quando ero appena un ragazzo.

Non posso farci nulla: penso sempre che la vita e Dio stesso debbano ripagare prima o poi le ingiustizie e le delusioni subite.

Ci credo e tanto mi tiene in vita.

Nello sport poi ci sono stati uomini anche umili, tanti, (o forse solo non sfrontati), spesso un tantino sfortunati, che meritavano che ripassasse il treno un’altra volta per riprenderlo al volo: basta insomma con i convogli da prendere di fretta, quasi che non ne passino più; lasciateci credere il contrario!

Non dico che non mi riconosca nella tipologia, insomma: attendo da sempre un’altra occasione e confido nel fatto che, se il tempo non è galantuomo, l’alleanza di Dio – voglio credere - è in ogni caso ben fedele: saremo ripagati, nevvero?

Tanti potenziali campioni cadono sul traguardo: non solo Dorando Pietri, di cui tutti sanno.

Ci cadono perché spesso all’indomani del primo successo, si rompono, s’infortunano; o vengono accantonati: per mille motivi.

Ora, in quell’arancio che destò la mia simpatia trenta e più anni fa era tutto un brillio di gente che aspettava appunto che gli si facesse giustizia e che capitasse la fatidica seconda occasione.

Fu quando in serie A di calcio ci arrivò la piccolissima matricola Pistoiese, unica volta nella sua storia.

Se perdete un po’ di tempo a scorrerli quei nomi è tutto un campionario di storie del nostro tipo: “vecchi campioni, accantonati prima del tempo; sottovalutati, dimenticati, finiti in seconda fila come vecchi macinini e alla fine tornati alla ribalta”.

Ne cito qualcuno così, a memoria: Frustalupi e Rognoni, Badiani e Bellugi, tra i tanti.

Io amavo molto il roccioso Bellugi, da Buonconvento, Siena, un fior di difensore che si faceva male però con malinconica puntualità; e ogni volta, noi che ci riconoscevamo in quella tenacia, eccoci ad aspettare che risorgesse ancora la fenice, sempre dalle sue ceneri, ovviamente.

E poi il saggio Frustalupi.

Per non dire di Rognoni, che da quando gli avevano affibbiato il nomignolo di “nuovo Rivera”, aveva finito col deludere tutti quelli che avevano confidato nel genio del novello “abatino”.

Ma non voglio annoiare con cose che forse ricordo solo io e qualche vecchio tifoso toscano che di certo, di quell’esperienza non dimentica soprattutto quella volta che a Pistoia si festeggiò la vittoria sugli odiati cugini di Firenze, spocchiosi.

Molto più noto è che quell’anno in squadra, misero tale “tristemente arcinoto” brasiliano, Luis Silvio, “oggetto misterioso” tra i più clamorosi della nostra storia.

Lo scovarono dei talent scout da rimandare a futura memoria, in una squadra minore, il Ponte Preta; e si disse che non avessero trasmesso a dovere il ruolo del calciatore solo per un errore di traduzione - dal portoghese, non dalla lingua dei Papua! - ; così che lo mettevano in attacco, pur avendo normalmente questi tutt’altre funzioni: quali poi, anche questo sarebbe rimasto un mistero.

Fu un distastro, ad ogni modo; e fu di breve durata.

Come altri, tornato in patria, “fece letteralmente tesoro” di quanto aveva intascato in Italia, neanche troppo, a essere sinceri.

Qualche suo collega si comprò un taxi come investimento sul futuro; altri una fattoria dove tirar vita da fazendero.

Di Silvio, so che per anni è stato inseguito dai miei colleghi per farsi raccontare la storia del suo fallimento italiano e l’aneddoto del suo ruolo frainteso per colpa della traduzione letterale; mentre da parte sua coltivava in cuor suo l’idea che anche per lui la notte prima o poi sarebbe passata e che in fondo – diciamocela tutta - la sua occasione se l’era giocata: con qualche equivoco, ma anche rubacchiando alla fortuna i vantaggi di una debacle linguistica, grazie alla quale era arrivato in Italia con la fama di un sicuro campione.

Questioni di lingua, questioni di piedi.

E anche questo in fondo è fare giustizia alle cose: per come dovrebbero essere dette e raccontate. O no?

Il colore orange
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