C’era una volta un giovane calciatore cresciuto nelle giovanili del Torino Calcio, il cui mentore e profeta era un artigiano del pallone che di ragazzi così, con un futuro luminoso davanti, ne avrebbe coltivati parecchi: si chiamava Sergio Vatta. Ma questo è già un altro aspetto della storia, già di per sé “edificante”, se vogliamo.
Il giovane calciatore, di quelli che si sarebbero fatti un futuro appunto, si chiamava Dante Bertoneri invece e giocava laterale e ala, leggerino ma insomma poi si sarebbe anche capito il perché: aereo.
Cominciato il suo girovagare per squadre di secondo e terzo livello, ma pur sempre nel mondo del professionismo pieno, un bel giorno – per noi – il Dante si sveglia e rivela le sue intenzioni: quelle di vivere un’altra vita: vuole fare il sacrestano – dicono - il campanaro, occuparsi degli anziani: farò anche il badante magari.
Della serie “vai, Francesco ripara la mia chiesa”.
E dal momento che i campanili in Toscana e ovunque in questo paese non mancano, di Bertoneri son queste le ultime notizie che possiedo, dolcissime, .
Oh sì, di storie simili nello sport tutto ce ne sono tante: giovani entrati in seminario; giovani atlete divenute suore o quel che sia; gente che si è sentita chiamata a stare altrove, tacchetti o bulloni che fossero fino a ieri i loro compagni di viaggio.
Anni fa, in una mia visita in un Covento Francescano dell’Avellinese, mi capitò di conoscere un frate forzuto e chiaramente atletico, ligure, finito là, solo Dio sa come.
Venni a sapere che si trattava di un ex atleta professionista (forse un calciatore) che aveva lasciato la sua vita sportiva nel suo momento migliore: è così che si fa.
Me ne ricordo forse anche il nome: qualcosa del genere Ermanno, mi sembra; Viviano. O forse mi confondo...
Ho lavorato molto nei centri sportivi tra il 2000 e il 2010: assecondavo una mia vecchia passione, non solo come giornalista ma proprio pure come allenatore; quando mi sembrò di sentirmi invitato ad andare altrove. Allenavo i ragazzini della parrocchia a giocare a calcio a 5, peraltro, e in breve mi trovai catapultato da un’altra parte, anche se tanti mi dicevano “continua a fare quel che fai. Sarai una presenza significativa anche in questo mondo…” Non sentii ragione.
Sono trascorsi alcuni anni, cinque o sei.
Una delle cose che spesso mi hanno fatto problema in queste mie esperienze “esplorative” attraverso i canali tradizionali della vita ecclesiale è stata proprio la mia “passione sportiva”.
Non so perché ma ora, a fine percorso, in questa dimensione ultima che sto vivendo, mi capita di nuovo di poter dare una mano a fare sport (mai l’avrei pensato e faccio ancora fatica a capire come raccordare ogni cosa): restando quel che sono.
Magari è un segno, magari è anche la mia via. Valla a capire questa nsotra partita!
E’ che anch’io voglio fare il monaco e il campanaro; e intanto penso che a questo campanaro ora vien chiesto di far sentire la Sua voce anche qui, in una palestra e in mezzo a un campo, dove in fondo l’armonia e la fatica ci parlano ad ogni modo di Dio.
Bertoneri insomma, senza fuggire.
