Credo che tifare per il più forte o per il più debole sia significativo eccome: emblematico. E' come quelli che fanno il tifo per i cow boys o per gli indiani. Io tifavo per i pellerossa, anche se spesso scotennavano. Poi chissà, lo avevo capito che le informazioni erano un po' di parte.
Diciamoci pure che i deboli sono più simpatici e così parto per raccontare questa storia di sport che mi appartiene. Ai tempi in cui Paolo Rossi era ancora un ragazzo - non sembra un pezzo di Venditti? - ed io quindi lo ero molto ma molto di più, per un paio di stagioni furoreggiò il Lanerossi Vicenza biancorosso, detto anche PaolorossiVicenza, vista la rappresentatività del personaggio. Era una bella banda di antististema.
In quella squadra c'erano delle figure secondarie del nostro calcio di provincia, gente spesso sbolognata dal grande giro, più questo ragazzo toscano, di Prato, che trasformava in oro tutto ciò che sfiorava.
Me ne ricordo qualcuno di quegli eroi: Ernesto Galli, il portiere; Salvi, il regista; Cerilli, ala che aveva fallito all'Inter di Milano, soprattutto. Era la rivincita del proletariato del calcio. La maestra di mia sorella, Ermelinda, che aveva un pappagallo brasiliano, Pedro, che strillava il suo nome e non solo quello sul balcone di casa come un ossesso e rispondeva da par suo anche al telefono, tifava per loro - me lo garantisce mia sorella - e chiedeva agli alunni le figurine del suo Vicenza per completare l'organico della sua squadra del cuore.
Non so se mia sorella condividesse la simpatia calcistica, ma la maestra che non so se fosse un'intenditrice, era però una donna di carattere e per certi versi contestatrice del sistema, di certi sistemi, cosicchè non avrebbe potuto simpatizzare che per gli ulltimi, i derelitti e insomma la classe operaia salita fino in Paradiso, in quello del pallone senz'altro.
Quella squadra di provincia arrivò fino al secondo posto in classifica quell'anno e continuò a prendersi beffa delle grandi almeno per un paio d'anni non volendo ceder loro - com'era invece normale - il suo gioiello migliore, il Rossi, mettendo nelle buste per risolverne la proprietà, ben due miliardi di lire, più degli Agnelli di Torino. Un affronto, in anni di capitalismo familiare e di contestazione italica giovanile. Come si faceva a non provarne simpatia?
Ci pensavo giorni fa - sabato - di fronte ad una partita tornata di cartello in serie B - Bologna -Vicenza (per la cronaca vinta dai veneti, oltretutto) che mi ricordava quegli anni là, di Golia sfidato da Davide e di tutto il resto che ci siamo appena detti.
Rare volte nella vita capita che Davide stenda il gigante vanitoso e spavaldo; e men che mai che il poveraccio abbia la meglio sui baroni e i capi della locomotiva. Il fatto è che però quando accade c'è proprio un gran bel gusto a vederlo quel polverone che si leva di fronte a cotanta rovina.
E' molto evangelico oltretutto la rivincita dei deboli e quel buon diavolo di Nietzsche direbbe che del resto il cristianesimo è appunto solo la vendetta dei deboli e degli sfigati che malsopportano l'evidente superiorità dell'uomo super, superuomo. Sarà quel che sarà: io volentieri me la farei lì una tenda, insieme a Cristo e agli amici suoi, ai pigmei di Vicenza, ad Ermelinda e gli altri come noi, perchè "è davvero bello starsene qui, noi tutti, a vedere che insomma c'è una giustizia a questo mondo"; e che "lo vedi quel fumo e quella polvere laggiù? E' Rodomonte che è cascato culo in terra, appesantito dalla sua spocchia e dalla sua presunzione mentre Pedro strilla "culo culo", che ci vuole anche quello per vivere e per vincere, oltre che umiltà".
E se non lo insegna la vita, ci pensa lo sport, quello vero, dove tutti sono uguali, come di fronte a Dio, e come davanti alla giustizia, non proprio quella umana dove alcuni invero sono un po' più uguali degli altri, ma a quella divina; quella che prima o poi verrà che stiamo aspettando e che insomma basta con le solite facce al potere ed assolte per l'eternità.