Occorrerebbe non giudicare, non farlo mai senza appello, avere misericordia, cioè comprensione.
In realtà non si fa a meno di giudicare almeno interiormente ed è già molto che il giudizio non venga espresso pubblicamente, sentenziando condanne senza appello e senza amore.
E' un buon esercizio anche per il sottoscritto in tempi forti, Quaresime e dintorni, sperando che divenga regola di vita per sempre. Li vorrei capire gli errori altrui e i loro vizi, le loro debolezze, perchè son dello stesso genere dei miei: inevitabili, ma - si sa - è più facile veder la pagliuzza che portan gli altri, che non gli ingombri che ci impediscono di vedere.
E' questa fragilità universale il codice dell'umanità, non la perfezione.
E' la nostra fragilità il denominatore comune. Esso ci avvicina l'uno all'altro, non ci fa ergere a giudici e ci rende credibili, misericordiosi, accoglienti.
Vorrei fosse così per me, ogni giorno un po' di più. Tutto il resto, la prosopopea e la vanità, il nostro orgoglio e il nostro giudizio non creda che venga da Dio, non dal Dio buono di cui gli uomini han bisogno. Già, ma anche in questo, ogni giorno conosciamo il sapore amaro delle nostre sconfitte.
Quante lezioni mi son servite e quante ancora per cominciare a capire almeno questo: che capire -capere- è contenere, accogliere, tenere tra le nostre braccia, anche se i lividi non si contano. Ma serve e ne sono contento.