Se san Francesco fosse vissuto ai tempi del dottor Caroniti e della terribile Palmira, in Valle, questi sarebbe finito senz’altro in manicomio, perché uno che parla con i passeracei e gli uccelletti e non bada alla “grana”, ai soldi, è matto e merita di essere internato: merita una trattamento coatto.
E’ su questo filo sottile che si gioca la storia di Augusto Secondo Valle, erede in Brianza di una piccola fabbrica di bottoni in osso e madreperla, internato perché al dio denaro non concede nulla, lui folle che regala “tremilionitre” a Italia Nostra per la tutela ornitologica del Paese, a sua volta tutto preso a suo tempo dalla follia dell’industrializzazione massiva, dal Dio Capitale, Diavolo d’un banale.
Ci si sorride, ma poi non tanto con il vecchio libro di Giuseppe Berto, rispolverato,“Oh, Serafina”, che ora ha quarant’anni o giù di lì e che fu un best seller alla sua uscita, ora capisco, anche “meritato”, pluripremiato.
La Palmira, la “moglie” schifosa di Augusto Secondo, otterrà sul finire quel che vuole da questo mondo di “sani” e arrampicati, di commenda e di uomini realizzati; così come il matto serafico Augusto Secondo appare qual è, vero sano di mente – per quello che conta e chissà – mentre, attaversando in cinque giorni la città, su di un carro trainato da buoi, porta con sé, come nell’arca di Noè, i folli-sani che ha via via raccattato, Serafina tra loro, presa al manicomio; nonché una gabbia con tutti i suoi uccelli che si porta in una terra migliore, in Oltrepò Pavese, dove Babele non avrà ancora divorato il cervello dei suoi figli umani.
San Francesco non sarebbe sopravvissuto ai saggi dunque e a Freud, senza meno; come non sopravvive alla logica del sistema e del potere, dei soldi e delle cariche, alle strutture e alle gerarchie delle ordinate prudenze, eccellenze, munificenze e chiese romane d’occidente;
sarebbe stato sottoposto al trattamento e legato ad un letto, perché si sarebbe messo a fischiettare con Leopoldo, il fringuello, per parlare delle meraviglie che gli avrebbe riservato il creato, la vita, se solo ne avesse ascoltato la sua voce.
Me lo son sempre chiesto, come tanti del resto, dov’è la follia e dove la sanità, quella mentale;
se essa consista nella logica realista dell’accumulo; o in quella iperealista del bisogno reale; in quella dell’indotto artificiale; o in quella dell’innato assolutamente connaturato.
E sorrido – mica tanto! – mentre la voliera attraversa i templi del potere, Milano e i suoi viali e mentre il poverello “mentecatto” trionfa dall’alto di un predellino trainato da quadrupedi scagazzanti.
Nella logica corrente, il loro letame sta sporcando la città, lo smog e tutto il resto, no. Chi sporca cosa: la domanda eterna di sempre di questo mondo intelligente civile e prudente…
Ed è così che la follia e la sanità di mente si confonde. Non è neppure come in vecchio film di Allen, dove tutto – per una quarta legge inesistente, della termodinamica – tutto prima o poi diventa cacca.
No, qui invece è solo tutto smog e fumo, ciminiera che appesta l’aria e i polmoni. Meglio l’Olrepò Pavese; evviva san Francesco che lascia i bottoni alla furba sciocca Palmira, puttanella svenduta al denaro.
E così sia, diciamo, senza pietà e senza redenzione, già condannati da sé all’Inferno, per i secoli eterni, fino a che un dio non li separi alla fine, caproni e mufloni, perduti e cornuti, come quel diavolo boia a cui si sono ispirati.
