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Da Ronconi a Staglieno - Il mistero e la scena

Pubblicato da enzo cilento su 25 Febbraio 2015, 10:10am

Tags: #Lo spirito del viaggio

Da Ronconi a Staglieno - Il mistero e la scena

Sono davvero scelte con cura le parole pronunciate ieri a Perugia da mons. Paolo Giulietti al funerale del regista Luca Ronconi, un visionario: “Non siamo qui a celebrare la morte e neppure un sipario che si chiude, ma un sipario che si apre e una prospettiva che tutto abbia un senso”.

La morte e il teatro, la scena e la vita.

C’è sempre stato un legame molto stretto tra i due temi, a livello iconografico. La morte è sempre stato motivo di rappresentazione: talora sereno e pacifico, pacificazione, rasserenamento, come in gran parte della tradizione classica, un riposo a occhi chiusi e ciechi;

la morte e lo scenario terrificante dell’arte della Controriforma e del Barocco, invece: scheletri, lancia in resta che la rappresentano sui sarcofagi dei papi e dei cardinali.

Ma la fede è la vittoria sulla morte; e Cristo stesso in primis lo è.

La sua falce che ricorda che tutti devono morire: è vero, il velo sul cranio; e De Curtis che ci avrebbe inventato su la sua “livella”.

Perché ad essa ci si deve arrendere non senza combattere, come l’affannoso petto della bella e triste Ermengarda. Ed essa è la rappresentazione scenica del nostro mistero, in teatro e ovunque.

Mentre leggevo le dichiarazioni di mons. Giulietti, mi è tornato in mente un luogo ben preciso – e con esso altri analoghi, i cimiteri monumentali, a Roma e Milano, son quelli che conosco: quello di Staglieno, a Genova, bellezze e luoghi del silenzio.

Mi è balenata così davanti agli occhi l’immagine di una donna giovane tenuta tra le braccia nell’atto di abbandonarsi, esanime – l’ho vista lì, a Staglieno - di abbandonare questo mondo, proprio la scena di questa mondo.

Sarà che sono un po’ un uomo di teatro, e che Staglieno ospita opere tra le più belle e malinconiche del genere; che la borghesia cittadina, più ancora che gli aristocratici ormai abituati alle stele da sempre, solenni e non altro, amò darsi a quel punto, in quel salotto spento, in collina, un’icona drammatica a futura memoria, perché la morte si ferma con la bellezza e con l’arte, ci illudiamo: si ferma nell’eternità dell’attimo finale, della scena madre; ma per me eccolo lo scenario che mons. Giulietti ha suscitato.

E’ l’attimo incantato – dico - per cui una bella morte riscatta tutta la vita; per cui gli eroi, anche quelli sfortunati, restano nella memoria collettiva, Ettore; è la bellezza dell’atto finale, almeno in questa recita, in questo testo che abbiamo recitato, qui, da questa parte, per ora.

Del resto della scena, sappiamo quello che la fede ci insegna e che ci suggerisce, in cui crediamo; ciò che la nostra ragione riesce a concepire come possibile e plausibile, chissà.

Ed è una messinscena così misteriosa ancora, qui.

Non ne conosciamo fondali e scenografie: forse campi Elisi o Eden e fiumi incantati anch’essi, o troni dell’Agnello nell’Apocalisse.

Non sappiamo quali voci e quali volti, quali parole giungeranno, in quale lingua, se Caronte...

Non sappiamo gli scenari: non sapremo dove affacceranno le nostre case e dove passeranno i nostri cammini.

E’ il senso di cui parla Giulietti? Sarà sempre teatro? Saremo attori o spettatori? Saremo uomini o ombre? Vivi e carne; o cosa? E nel frattempo, alla ricerca di cosa, se fino alla fine dei tempi?

Sarà come camminare su di un cavallo meccanico, come in una scena di Ronconi, col busto immerso in una nebbia che non si sa se il cavallo abbia zampe o ali e se cammini invece nel vuoto e a mezz’aria? E c’è un applauso in fondo alla valle? Ci sarà frescura e verde e verzura e alberi veri o d’alabastro, chiare fresche e dolci acque?

Chi ci verrà incontro?

In quella scena nuova entriamo come Ronconi, dice Giulietti: in quella scena di cui neppure lui d’incanto conosce più le tecniche e le quinte.

E tutta la nostra scienza, una vita spesa a capirne le regole, a far camminare gli automi e le macchine di scena non servirà – temo – più a niente. E’ sarà questo il senso di tutto?

E qui il sipario ci verrà addosso o invece ci avvolgerà, chissà, camminando lungo un palcoscenico muto, come nei viali di Staglieno e del Verano, del Cimitero Monumentale, in attesa che ogni bell’addormentata riprenda vita di tanto in tanto, prima di tornare statua, si spera non di sale. Per non scioglierci come neve al sole.

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