Da ragazzini siamo stati compagni di banco: dalla terza elementare fino al quinto ginnasio.
Compravamo le Panini e ci giocavamo mettendo le figurine sul campo come se fosse un piccolo subbuteo, con tanto di nomi e di volti, insomma personalizzato; e giù sul pavimento in un ideale campo di gioco con una pallina di carta in impossibili sfide tutte nostre.
A sorprenderci di tanto in tanto i suoi genitori, entrambi insegnanti, lui tifoso dell’Inter, come il padre. Gli ho sempre invidiato quella passione che li accomunava padre e figlio, e il padre che tirava due calci al pallone con lui.
Mi chiamano oggi per dirmi che quel padre tifoso non c’è più.
Le partite finiscono purtroppo e resta sempre un po’ l’amaro in bocca. Restare soli in campo è desolante. E da soli è difficile giocare.
E’ che quella generazione insomma se ne sta andando e noi non vorremmo che passasse mai il tempo: che dopo il gioco non si andasse mai al riposo, partite lunghe quanto il nostro cuore.
Anche se dovessimo rimetterle tutte in terra, quelle figurine, non ci sarebbe gusto: nessuno a scoprirci che invece di studiare…
Quelle facce di calciatori del resto sono vecchie esse stesse, oggi: ed erano già allora quasi a fine carriera. C’erano Mazzola e Rivera; Facchetti e Zoff, Albertosi Domenghini e Boninsegna, tutti oltre i settanta ormai; e poi Juliano e Bulgarelli e Ciccio Cordova e così andando. Fausto Cigliano nel 70 aveva cantato un canzoncina per il Mondiale, “Domenghini, Mazzola, Boninsegna, Rivera, con Riva che gol!”. L’ho sentita poi e quasi mi sembrava di ricordarla. Allora giocava anche Pelè e persino Beckenbauer.
Quello, e forse solo per quello, il calcio di allora, ci sembrava migliore: perché erano gli anni struggenti della nostra infanzia.
E la playstation era di là da venire.
A volte strillo ancora "Bonimba, facci un gol!"
Ma anche Bonimba di anni ne ha oltre settanta; ed io me ne sento settantamila, amico mio calciatore di subbuteo sul pavimento.