Mi dicono che c'è come un velo di tristezza, sovente, nelle cose che scrivo. E che un cristiano, mi han fatto osservare, si riconosce dalla gioia.
Ma io sono un uomo, innanzitutto, e sento la "finitudine" della nostra condizione, di quella attuale, il travaglio; anche se a tratti ne colgo la ragione. E mi dà gioia, soddisfazione, mi sento "meno scemo" - sembra assurdo - che io provi questo senso di incompiutezza: forse è una Grazia, rispetto al credere che questo e noi si sia l'Assoluto.
Non lo siamo, pur aspirandoci, nevvero?.
Eppure so sorridere - mi si creda - e gustarmi le cose belle che vivo, tante.
Mi viene in mente il vecchio Orazio e le sue satire: l'invito a consumare insieme un buon bicchiere di vino e a riscaldarsi davanti al fuoco, mentre è tutto un fumigar di comignoli, immagino, lì sul candido monte Soratte.
Minimalismo forse che rende la vita come un sorseggiare sobrio con quella sottile malinconia che mette il vino a volte, anche quello più schietto.
E' che si vive come sotto una tenda - io trovo - in questo peregrinare, come un popolo che attraversa il deserto e che sotto la tenda si riscalda nella notte e si racconta le storie della sua avventura in terra, di quelle tramandate, dei sogni e delle aspettative, dei fumi come dal comignolo delle case arroccate sul Soratte, appunto.
Nessuno di noi sa bene il cammino di domani: ce ne sarà ancora?
Nessuno andrebbe a dormire: almeno per questo. Per l'ansia di sapere e la paura persino di scoprirlo. Ma le palpebre si sono fatte pesanti, per il vino, temo, e per la nostalgia dei sogni che ci aspettano ogni notte, così diversi, sempre, da quello che viviamo diurnamente.
Un uomo ed un povero cristiano ha diritto anche lui al torpore ed al languore, persino a quella specie di tristezza, quand'è il caso: che gli fa dire che domani forse sarà un giorno migliore. E così si lascia cadere adagio sul guanciale. Mentre fuori la vita continua...