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Quelli che "lo sport è un'oasi di pace..."

Pubblicato da enzo cilento su 28 Gennaio 2015, 11:39am

Tags: #un altro sport

Quelli che "lo sport è un'oasi di pace..."

Fa sempre tristezza quello sventolare di svastiche “et similia” nelle curve dei nostri poveri stadi.

E’ vero insomma che gli stadi ben si prestano tanto alle fratellanze d’un attimo e di massa, emotive e fuggenti peraltro, così come alle peggiori delle persecuzioni, per vocazione. Erano infatti stadi quelli in cui venivano tenuti e torturati i prigionieri politici argentini e cilenti appena quarant’anni fa. Erano palestre dell’orrore, infine.

E non a caso ad uno di loro, ad uno dei tanti desaparecidos d’Argentina, è dedicato uno degli eventi podistici più caratteristici dei nostri giorni (a Roma il 25 gennaio, come ogni anno, da anni, grazie al lavoro del colega Piccioni), si tiene La corsa di Miguel, il quale per inciso era davvero un agonista, Miguel Sanchez, scomparso quarant’anni fa, oppositore del regime di Videla, oltre che sportivo.

Lo sport non fa eccezione: è fatto di gente che pensa e simpatizza (è auspicabile oltretutto); che lotta, ad ogni modo. Ieri il collega Coen su gariwo.net metteva insieme così i pezzi della Shoah degli sportivi, tristissima rassegna di gente di sport (e di cuore) passata per i camini: perché stupirsene?

Spiccava tra queste la storia del Mozart del pallone, un “cartavelina”, come si diceva di lui. Matthias Sindelar infatti, giocatore leggendario del Wunderteam austriaco degli anni 30, fu fortemente avverso al Nazismo e si rifiutò di giocare nella Nazionale tedesca dopo la svolta della “Grande Germania” e la conseguente annessione dell’Austria. Non gli venne perdonato. Fu trovato morto con la compagna Camilla Castagnola, un'ebrea italiana, il 23 gennaio del 1939.

“L'inchiesta fu archiviata in poche ore. Si disse però che Sindelar avesse qualche ascendenza ebraica, a rafforzare il mistero di una morte che sapeva di regolamento dei conti. Il campione che non si era piegato a Hitler e che aveva sfidato le leggi razziali”.

Nella partita della riunificazione, peraltro Sindelar si era rifiutato di fare il saluto nazista.

Ben nota la vicenda poi di Arpad Weisz, che allenò e vinse in Italia con Inter/Ambrosiana (scoprì Meazza) e Bologna, il Bologna che “tremare il mondo fa” e che ieri, a ragione, gli ha dedicato un affettuoso ricordo sul suo sito web. Non gli valsero a molto le vittorie sul campo: “è davvero fugace e breve la gloria di questo mondo”; se questo non suonasse quasi come una beffa!

Sono vicende note, queste: lo so.

L’ungherese Weisz fu costretto a fuggire prima a Parigi e poi in Olanda, lui il mago delle panchine. Un delicatissimo romanzo uscito qualche anno fa, ne racconta gli ultimi anni, fino alla morte avvenuta ad Auschwitz nel gennaio del 1944; mentre tutto l’Hakdah (cito sempre il pezzo di Coen), circolo e squadra fondati da ebrei e vincitore di uno scudetto austriaco nel 1925 “passò poi per per il campo di Theresienstadt”. Scomparsi nel nulla ovviamente.

Lo sport non è mai l’oasi felice che vorrebbero farci credere: non è impermeabile a nulla.

Dagli spalti piovono i buuu dei razzisti, le bucce di banana e amenità di ogni tipo che sono la traccia inequivocabile non della solita goliardia, ma temo molto di più. Anni fa non ebbe vita facile in Italia a Brescia il calciatore, Tal Banin, israeliano, mentre a Udine non fu possibile importarne un altro della stessa nazionalità, (e fede religiosa, quindi), Rosenthal, che pure giocò col Tottenham e col Liverpool, non squadrette: si disse che aveva problemi alla schiena. La verità era un’altra: nottetempo, alla vigilia del suo arrivo, Udine si era riempita di scritte antisemite.

E’ che vorrebbero farci abituare a tutto. Solo che in gioco c’è molto di più. O no?

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