Qualsiasi cosa si faccia nella vita (anche il calciatore o il giornalista, l'uomo di spettacolo), è la "generosità", lo spendersi, mi sembra, il carattere decisivo che determina infine il valore sociale, umano - persino cristiano - della nostra attività: "non risparmiarsi", "non tirare a campare". Mi sembra un buon comandamento da cui partire!
Non importa cosa, dunque: è - per ripetere la solita frase fatta e sdolcinata - il cuore a fare la differenza.
"Spendersi" insomma - come si diceva: "ho dato tutto, mister, Signore, ci ho provato". Vale anche di fronte alla malattia.
Mi veniva in mente oggi - peraltro - mentre sedevo sulla poltrona del dentista e con lui si parlava di quello sport che personalmente mi ha insegnato a "soffrire" e a combattere.
Come in una partita o come in una corsa: ci si impegna, spesso fino allo stremo: vada come vada.
Ora, vale per chi insegna ai bambini l'abc; chi spiega latino e greco e chi la fisica quantica; chi insegna solo a dar calci al pallone o ancora a correggere la postura a chi ne avesse assunta una scorretta.
E potremmo continuare così all'infinito.
Ora, i famosi cinque pesciolini e i pochi pani che possediamo e che pensiamo non possano sfamare nessuno, in realtà sono quello che basta - perchè sono tutto ciò che abbiamo - anche agli altri perchè questi si sentano sfamati, quanto meno dal nostro impegno: che sazia quindi molte fami: quella di sentirsi accolti e presi in considerazione, prima di tutto.
So bene che la chiave di lettura a non pochi sembrerà sentimentale e qualunquista, buonista; eppure sono convinto che ad ogni livello è questo che ci vien chiesto: fa' bene ciò che ti è dato di fare, adesso e qui; non venire meno all'impegno che hai preso, stacci dentro.
Talvolta abbiamo l'impressione che ci sian chiesti grandi gesti, eccezionali, per servire la giustizia, il bene o come si voglia chiamare. Temo che così non sia.
Banale quanto si voglia, ma il bene - se così si può chiamare - non ha bisogno delll'etica da beau geste; il bene viaggia esattamente sulla lunghezza d'onda della nostra vita, fino a prova contraria e salvo casi "eccezionali" appunto.
Ci piacerebbe spesso avere il potere del taumaturgo e dell'asceta, dello stilita che non dorme e che non mangia, che parla a viso a viso col Padreterno. E invece molto spesso non ci è chiesto altro che far bene il giornalista, consolare e far compagnia con la nostra scrittura, con le nostre attività consuete, contruibuendo a nostro modo all'esistenza di un mondo appena un po' più vivibile.
I pani e i pesci che ci son chiesti sono questi: non di moltiplicarli compiaciuti dei nostri effetti speciali. E forse questo è il segno della nostra crescita, di essere diventati appena un po' più "maturi", non più gli eterni bambini di sempre: le magie insomma non servono alla normalità di tutti i giorni e non si possono replicare all'infinito. Che magia sarebbe altrimenti?