Vecchi nostalgici, penso davvero più vecchi di me, ieri sera mi segnalano e mi inviano il video di quell' Insieme a Te non ci sto più, canzone tra le più belle e struggenti che io ricordi.
Forse è vero - come leggevo giorni fa - che dentro il senso della bellezza umana è sempre una certa qualche traccia di tristezza; come se quello che ci separa dalla pienezza è sempre anelato e mai raggiunto del tutto, così da alimentare in noi quel vago senso di inadeguatezza che un po' ci immalinconisce, "vaghe stelle dell'Orsa". E in questo riprendo oltretutto anche il discorso fatto ieri sera nel mio riferimento ad Atenagora ed a ciò che sazia.
Di certo la tristezza non ci sazia ed è un languore.
Io so che da bambino ascoltavo quella canzone senza capirne granché (in fondo avevo cinque sei anni) e provavo proprio quella sensazione: come l'espressione completa - o almeno l'incipit - di quel che mi mancava.
Restiamo così tutta la vita, come quelli a cui manca qualcosa, con una grande nostalgia di senso (qualcuno dirà di Dio); con una grande indeterminatezza; come uno iato incolmabile tra quel che sentiamo e quello che ci viene dato e concesso.
La vita non lo colma mai, mai del tutto.
C'è il conforto degli affetti, il poeta direbbe "degli amorosi sensi"; o delle calde amicizie, del bello cogliamo di qua e di là ovunque, delle verità intuite e rivelate, dei miraggi nel deserto.
Anche la fede più grande, anche la realizzazione più piena, mi sembra che spesso contenga questa distanza - voglio dire - c'è sempre qualcosa che manca, "vedere in piena luce"; e persino Mosè che implora Dio di vederlo in volto, lo vedrà solo di spalle. Sarà abbastanza averne intuito i lineamenti, udito la voce?
So solo che sarà abbastanza per mettersi in marcia, alla guida di una gente che vuole arrivare a trovar pace, a metter piede nella Terra che gli ha promesso quello che in volto non si fa vedere, restando richiamo e sirena, eco che ci trascina via, come un magico pifferaio, come un'emozione infinita insomma: più di una canzone.