"L'uomo è inquieto. Nulla lo può saziare. Nulla di ciò che ha limiti. Più ottiene, più cresce la sua inquietudine di trovare riposo. Il suo cuore è fatto per l'infinito, per un amore senza limiti. E' la repressione del desiderio d'infinito che spiega quasi tutte le crisi del mondo d'oggi".
Così il vecchio Atenagora, il patriarca ecumenico di Costantinopoli che abbracciò Paolo VI cinquant'anni fa, dopo un millennio di scomuniche e di separazioni.
E chi può dargli torto se è proprio di quel desiderio inestinguibile che siamo costituiti. De- siderio: è la distanza dalle stelle (così l'etimologia latina de sideribus), dalle cose alte, dalla pienezza che ci rende così inquieti e così insoddisfatti. E non facciamo che cercare surrogati di felicità perché il desiderio spesso è cieco e sordo, e non ha chi gli risponda, non ha chi lo riempia.
Non reprimere questo desiderio: non reprimerlo in nome del prosaico realismo del già visto e del "così fan tutti": credo che sarebbe questo quanto va insegnato agli uomini e ai nostri bambini: non vi accontentare di vivere scontenti né di ciò che alimenta questa scontentezza, questo tarpare le ali all'infinito.
Da bambino sognavo di fare l'attore e lo scrittore; poi di fare il monaco e l'eremita; poi di vivere il Vangelo integralmente; poi ancora il mio sogno è di abbracciare Dio, l'Infinito e di potergli parlare. Mi hanno insegnato sovente a rinunciare a questa inquietudine ed ogni volta che l'ho fatto mi sono sentito represso, come dice Atenagora, cioè infelice.
"Non ho paura di niente e di nessuno ora - concludeva il patriarca - l'amore allontana la paura".
Sottoscrivo. E le cose oggi hanno senso solo in quanto strumento: verso la liberazione dalla dipendenza da esse.
Per farci felici occorre ben altro!